Venezia 2019, breve cronaca di una lunga rivoluzione

Il trionfo di Joker quale atto rivoluzionario. Ed allora, se di rivoluzione si tratta, vale la pena ragionare su chi la sta portando avanti ed in relazione a quali processi

Dodici giorni sono tanti. C’è sempre questa scissione interna, che non tiene necessariamente conto di dinamiche che nemmeno conosciamo, o solo in parte, per cui ci si lascia dietro un Festival consapevoli di averlo vissuto troppo intensamente; tarati come macchine che agiscono e reagiscono in automatico, percorrendo gli stessi tragitti, bazzicando gli stessi spazi, vivendo il naturale avvicendarsi della giornata in maniera sfalsata, con quell’entra-ed-esci da sale buie che proiettano svariati mondi su schermi alla cui grandezza non siamo abituati lontani da contesti simili.

A fronte dell’esito si parla già di rivoluzione, di un Leone d’oro che scompagina tutto, che consacra, rimescola, lascia cadere bombe atomiche in grado a breve di far deflagrare tutto fino all’altra parte del mondo, in quell’industria detta dorata. Joker è certamente una scelta inaspettata, che sorprende, desta stupore, dinanzi alla quale è di conseguenza difficile ammettere adesso se ci si senta rinfrancati oppure contrariati. La mia l’ho scritta in sede di recensione, e malgrado quell’accenno di schizofrenia che può portarti a rivalutare un film visto nel corso di una manifestazione così congestionata, in un senso o nell’altro, no, le mie impressioni sono rimaste quelle. Ma con un riconoscimento di questo tipo s’ha da andare oltre gusti e preferenze, cercando di capire cosa significa questo film che vince alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Nelle ore successive ci si è infatti industriati, non a torto, nel tentare di contestualizzare tale approdo rivolgendosi o all’industria oppure al genere che, in teoria, Joker rappresenterebbe. In altre parole, una certa cultura che, finalmente, riconosce al comic-movie un diritto di cittadinanza fino a qualche tempo fa impensabile, non importa quanto tale fenomeno fosse già rilevante sotto altri aspetti (leggasi botteghino, non tanto nel senso dei ricavi in sé, quanto del numero di persone che attrae e coinvolge in maniera peraltro trasversale). Una lettura senz’altro fondata ma che a mio parere dice poco, ed in maniera non tanto centrata, in merito alla questione.

Il punto è che un Leone d’oro di questo tipo non matura così, dal nulla. La gestione Barbera, comunque vada a finire, ha già trovato una sua ragion d’essere in un meccanismo di cui l’attuale Direttore della Mostra potrà vantarsi, non importa fino a che punto glielo si vorrà riconoscere come un merito o meno: da Venezia, negli ultimi anni, ha avuto inizio la cavalcata trionfale agli Oscar di almeno quattro film: Gravity, Birdman, La La Land e The Shape of Water. Cos’hanno in comune, a parte che tre di questi sono diretti da registi messicani (più una curiosità che altro)? Grossomodo, sono tutti film di genere. Fantascienza in primis, poi appunto un altro comic-movie sui generis, ed il film di Chazelle, che è un musical.

Si tratta di un percorso significativo, che, partendo da una realtà percepita come lontana dal pubblico, quasi esoterica (un tempo si sarebbe detto “alta”), ha condotto ad un cambiamento sensibile, forse addirittura radicale, rispetto alla prassi alla quale Hollywood è stata solita adeguarsi nel dare il via libera a certi progetti che, forse, fino a una decina, quindicina di anni fa sarebbero rimasti lì a prendere polvere. Star lì a smontare la tesi secondo cui Venezia abbia avuto un ruolo determinante in tutto ciò è pratica legittima ma a mio parere un po’ fine a sé stessa: non avremo mai la controprova, cioè che questi film, anche senza trionfare o comunque essere presentati in un certo modo al Lido, avrebbero avuto medesima fortuna.

C’è stato e c’è tutt’ora questo avvicinamento, questa sfumatura di confini che fino a poco tempo fa erano netti mentre oggi, 10 settembre 2019, non lo sono affatto. Per l’industria significa una cosa, ripercussioni che potrebbero manifestarsi in maniera diversa ma non meno significativa sul settore, inteso come medium, come Arte appunto. Venezia dà la dimensione di un Cinema proiettato sempre più radicalmente al futuro, a prescindere che tale futuro alla fine prenda corpo così per come ce lo immaginiamo. Laddove Cannes, vuoi anche per vincoli culturali, legati ad una tradizione che deve necessariamente tenere conto dei tanti attori in gioco (si pensi alla voce grossa degli esercenti francesi in relazione all’affaire Netflix), suo malgrado fatica anche solo a suggerire l'impellenza di certi temi; tutte dinamiche che qui da noi, ammesso che vi siano, hanno un peso decisamente marginale.

Ed allora Barbera ed i suoi collaboratori hanno potuto portare avanti questa sorta di rivoluzione-senza-rivoluzione, non senza critiche, contrarietà, polemiche, tutta roba tuttavia innocua, di fatto inefficace, visto e considerato, appunto, che il processo non è stato nemmeno rallentato. Cambiare il volto della Mostra, introdurla alla fase successiva, magari addirittura, più pomposamente, nel ventunesimo secolo, con la possibilità di assistere ad uno spostamento d’asse rispetto alla percezione del Cinema tout court. In questo frangente non ho particolarmente a cuore il definire con assoluta certezza cosa sia giusto e cosa sbagliato, discernere per forza di cose insomma. Ma che sia in atto qualcosa di epocale è evidente, sebbene non per i motivi più immediati, ossia che un comic-movie vinca un premio così prestigioso, teoricamente appannaggio esclusivo di opere considerate di altro spessore.

In primis perché, e ho avuto modo di evidenziarlo in tempi non sospetti, non mi pare sia del tutto esatto considerare Joker un film appartenente a quel filone, rientrando semmai in un’altra categoria, che per praticità potremmo definire «d’autore» – etichetta che, mi rendo conto, può voler dire tutto e niente – con la particolarità di aver per protagonista un celebre personaggio dei fumetti. Recependolo in questo modo, la questione cambia: non più la Mostra che necessariamente legittima un genere, bensì un genere (il comic-movie) che opera lo step successivo internamente, cambiando pelle, evolvendosi, fino al punto finanche di “snaturarsi”.

Sempre in sede di recensione (chiedo venia se torno a citarmi), evidenziavo quanto fosse più opportuno guardare al film di Phillips come a un caso a sé stante più che a un primo tassello di qualcos’altro, iniziatore insomma di una nuova forma, di un nuovo modo di concepire il genere. Qualcosa di analogo a quanto accaduto con Nolan, la cui Trilogia non ha avuto alcun seguito concettuale, restando il tutto confinato a quei tre film. Anzi, il punto di forza della Marvel è stato proprio quello di aver insistito su una concezione specifica, di altro segno, votato ad altre istanze rispetto ai moti che agitano quei tre Batman; mentre la DC, che in alcuni casi ha voluto recuperare almeno certe atmosfere, certi leitmotiv, per quanto declinati secondo la sensibilità di altri registi, a partire da L'uomo d'acciaio, è andata incontro a cocenti delusioni.

L’idea di un progetto del genere, che si presume faccia breccia all’interno di un fortino fin qui inespugnabile, è certo romantica, si presta molto ai titoli, è quindi perfetta per i social, dando la dimensione di un appuntamento a cui in futuro toccherà tornare a più riprese. Se non fosse che non corrisponde in tutto e per tutto allo stato delle cose, alla verità (prima ancora che alla realtà) dei fatti. La verità, in sostanza (!), è che la rivoluzione, dando per buono che di questo si tratti, Venezia l’ha inaugurata ben prima di sabato scorso, e che questo apparentemente insolito, di certo rumoroso, per alcuni addirittura scomodo Leone d’oro, non sia che il naturale, quasi ovvio corollario di un percorso che l’attuale gestione ha perseguito con più o meno (in)coscienza.

La genialità di chi ha curato le ultime selezioni ufficiali della Mostra è stata quella di costruirle secondo criteri che, da questa parte della barricata, tendiamo a leggere in un certo modo: un po’ imposte dalla necessità, non solo, banalmente, il dover scegliere in base a quello che c’è, ma soprattutto cercare di tornare a coinvolgere quelle produzioni americane che negli anni precedenti hanno avvertito la Mostra quale Continente lontano, troppo distante e pericoloso per voler tornare ad esplorarlo. In seconda battuta, l’intercettare quali di questi avrebbero avuto un certo potenziale e dare loro una visibilità se vogliamo inedita, ossia sbatterli in apertura, cosa avvenuta con Gravity, La La Land e Birdman. Dopodiché si tratta di avere anche un po’ di fortuna, che non è casualità, ma un effetto volutamente cercato, ponendo le basi affinché si sia pronti quando arriva, per cui alla fine tutto ciò porta agli exploit della serata degli Oscar.

Senza rinunciare a certo Cinema, per il quale Barbera peraltro è stato anche bastonato da una parte di critica e addetti ai lavori, risentitisi persino a fronte dei vari Gröning (2013), Sokurov (2015), Bellocchio (2015), Lav Diaz (2016), Kechiche (2017) o Wiseman (2017). Eppure insieme a questi ed altri esempi, se vogliamo persino più strong, del cosiddetto «cinema da festival» (sic), la linea che conduce a Joker non è stata mai dissimulata, il genere sempre presente, anche laddove non è stato compreso – per tutti, cito il caso di Under the Skin (2013), uno degli esempi più fortunati nell’ambito della Fantascienza sul grande schermo da almeno un decennio a questa parte.

Qualcosa perciò, è innegabile, sta cambiando, e potrebbe certo trattarsi di un momento significativo, addirittura spartiacque. Nondimeno, mi pare si stia guardando nel modo sbagliato, sebbene dalla parte giusta. Da qui le domande: e se la vera concessione la stesse facendo l’industria, quella per eccellenza, ossia Hollywood, che, per la prima volta da tempo, è tornata a prendersi qualche rischio in più, accettando di snaturare un genere così profittevole ma che a questo punto doveva maturare, mutare in qualcos’altro? E, a fronte di tutto questo… se la Mostra, per bocca di una Giuria come sempre di passaggio, si fosse limitata a prendere atto di tale possibilità, ossia di una Hollywood che sente di dover alzare l’asticella, aggiustare il tiro, proporre qualcosa di diverso?

Qualora la risposta a queste domande fosse affermativa, toccherebbe altresì ammettere altro: non la Mostra che si piegherebbe, bensì Hollywood che chiede di entrare (pare che Warner Bros. e Phillips abbiano spinto fortemente per il Concorso) uniformandosi a certi criteri minimi, per quanto rielaborati secondo una sensibilità specifica, che guarda a un mainstream, questo sì, già da tempo accettato e promosso in maniera intelligente e non dogmatica. Nessuna legittimazione, dunque, solo la ratifica di requisiti raggiunti, gli stessi riscontrati in altre produzioni che prima di Joker, e a fronte di condizioni meno favorevoli in quanto il nuovo corso ancora troppo nuovo, avevano già fatto scricchiolare certe consuetudini, denunciando un cambiamento forse oramai persino ineludibile.

L'impressione è che ancora parecchio debba e possa accadere; chi scrive, per quanto vale, invita a non sottovalutare l'attenzione della Mostra, il Festival più anziano, alla realtà virtuale, per la quale ha da qualche anno creato una sezione parallela ad hoc, con tanto di Concorso, mentre altre manifestazioni, non meno blasonate, stanno ancora valutando di cosa si tratti.

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