75 anni di OZ

In occasione del 75° anniversario esce questo mese in Home Video, in un’accattivante versione 3D, “Il mago di Oz”, classico assoluto nonché, ancora oggi, oggetto di infinite speculazioni cinefile. Riguardiamolo insieme.

75 anni di OZ


Chi potrebbe negare che questo 2013 ormai giunto al termine sia stato in qualche modo anche l’anno di “Oz”?

Tutto è cominciato a Marzo con l’uscita mondiale de “Il Grande e potente Oz”, prequel del capolavoro di Victor Fleming affidato alle cure del genio Sam Raimi ma supervisionato dalla rigida produzione Disney. Una pellicola tanto godibile quanto prevedibile che però gli attori, e quel sapiente giochino di velati rimandi al classico del ‘39, rendevano un po’ meno stucchevole della media dei fantasy digitalizzati in 3D. Raimi, palesemente fan della pellicola di Fleming, svicola con garbo le problematiche di diritti sui personaggi del film Warner, divertendosi, fra le altre cose, ad omaggiare anche l’originale prologo in bianco e nero, anche se alla fine resta sempre l’amaro in bocca per quella fiaba più oscura e coraggiosa che avrebbe potuto dirigere in altri tempi.

Capitolo due. A Settembre “Il mago di Oz” (l’originale s’intende) è oggetto di una release di lusso presso i circuiti IMAX americani, proponendosi a pochi fortunati in una nuova versione digitalizzata, accompagnata dall’immancabile 3D-ciliegina. Infine, neanche un mese dopo, la fase tre: negli States esce uno sbalorditivo cofanetto bluray per il 75° anniversario contenente non solo la fresca riconversione in 3D con montagne di documentari a corredo, ma anche una sequenza impressionante di gadget che farebbero gola perfino alla perfida strega dell’Ovest. Nel dettaglio abbiamo libro fotografico, agenda, fotografie, mappa di Oz (!), una chiavetta USB con piede della defunta strega dell’Est, tre sontuose spille e perfino un globo luminoso multicolore con le scarpette di Dorothy.

Ora, se siete fan compulsivi del film e volete dare un calcio alla crisi, non esitate a rompere il salvadanaio e procuratevelo subito (fra l’altro è region free e comprende l’audio italiano), anche perché qui in Italia ci toccherà solo la sua versione “spilorcia” con il bluray 3D accompagnato (pfui!) da un inutile orologio da polso. Altrimenti fate come me e convincetevi (ma con forza) che quella sopra elencata in fondo è tutta roba inutile e che il vero spettacolo resta unicamente il film, mitica fiaba capace di incantare anche a 75 anni dalla sua uscita, grazie a quel fascino antico e alla sua artigianalità semplice ed evocativa. E chi in effetti potrebbe non essere d’accordo su questo?

Perché “Il mago di Oz” resta un unicum cinematografico imprescindibile per quanto concerne tecnica e linguaggio utilizzati all’epoca della sua realizzazione, ma è anche tante altre cose a ben vedere: favola fantastica, “trip” lisergico e, naturalmente, classico racconto di formazione giovanile contenente una precisa parabola identitaria, quella di Dorothy alle prese col suo incessante desiderio di “casa”. “There’s no place like home” è il mantra del film, paradossalmente intonato dalla protagonista nonostante intorno impazzi un festival kitsch fatto di sentieri dorati, affettuosi Mastichini e scarpe glitterate degne di Louboutin. Una nostalgia la sua che travalica perfino il grigiore di quel Kansas da cui proviene e che in qualche modo l’aveva già “tradita” negli affetti e nelle certezze (dopotutto neppure gli zii l’avevano difesa troppo dagli assalti dell’orrida zitella Gulch!).

E se al termine della sua avventura Dorothy ritrova casa e perfino un po’ se stessa, di identità riconquistate, o “maschere” infine portate con orgoglio, il film resta pieno. Sono quelle insicurezze o carenze umane celate sotto fattezze “animali” o irreali, nascoste dietro la consistenza di materiali in apparenza freddi (latta) o apparentemente deboli (paglia), di creature ancora ignare delle reali potenzialità e di uomini più autentici dei maghi che impersonano. Un racconto per bambini certamente, ma rivolto anche a tanti adulti non “maturati” o magari ancora in cerca di se stessi. Un’allegoria “infantile” che all’epoca segnava il cuore dei più piccoli ma corroborava in egual modo i grandi negli anni bui del dopo depressione, facendo loro ritrovare fiducia nel “colore” poco prima che un nuovo “grigio” (stavolta bellico) si abbattesse su tutti.

Un titolo che la storia avrebbe eletto come oggetto decifrabile a molteplici e più stratificati livelli, semplicemente perché dotato di quella rara capacità di adeguarsi alle diverse generazioni, mostrandosi ora per la sua semplicità infantile o rivelandosi inaspettatamente simbolo della controcultura “camp” (con Judy Garland, diva vulnerabile e sfortunata, assunta quale icona gay).

E se ce n’è per tutti i gusti e tutte le interpretazioni, poteva il cinema degli anni successivi restare indifferente al magico “ascendente” di Oz? Neanche a parlarne. Ed ecco così (e cito solo ciò che più mi ha colpito) cineasti come John Boorman con il suo funereo “Zardoz” ed “Il mago di Oz” a fungere rivelazione risolutiva o David Lynch che con “Cuore selvaggio” firma probabilmente la sua più bella rilettura, grazie ad una storia di amanti focosi e infantili immersi in un’atmosfera da fiaba malata dove non mancano né la perfida strega dell’Ovest né quella buona del Nord (con bolla inclusa). Perfino Scorsese lo cita (per bocca di Rosanna Arquette) in un surreale dialogo del suo splendido “Fuori Orario”: è l’ossessione di un patito di cinema che non riesce a smettere di urlare “Arrenditi Dorothy!” durante l’orgasmo. Quel fantastico mondo di Oz davvero non conosce confini.



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