Venezia 2014: La zuppa del demonio – il progresso italiano documentato da Davide Ferrario

Davide Ferrario porta a Venezia 2014 “La zuppa del demonio” e il progresso italiano dagli inizi ‘900 agli anni ’70.

di cuttv

Questo reperto dell’industrializzazione FIAT italiana, che ricorda l’espressionista Metropolis di Fritz Lang, è un Motore L 758 1929 a 8 cilindri di 750 mm di diametro -­? 4500 HP a 100 giri/1, come i quattro costruiti nel 1929 per le motonavi veloci da carico della Soc. Veneziana di Navigazione.

Solo uno dei grandi e piccoli ingranaggi della parabola dello sviluppo industriale, e dell’utopia del progresso che ha accompagnato tutto il secolo scorso, con quel pianeta acciaio protagonista del documentario industriale di Dino Buzzati nel 1964 e di un termine come “La zuppa del demonio”, ripreso da Davide Ferrario per il documentario che con lo stesso titolo arriva alla 71. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Uno dei quattro titoli italiani, dei 18 fuori concorso, insieme a “Perez” di Edoardo De Angelis, “La Trattativa” di Sabina Guzzanti, e il documentario di montaggio “Italy in a Day” di Gabriele Salvatores.

Un reperto storico e sociale che ricorrendo ad immagini dell’Archivio Nazionale Cinema d’Impresa del Centro Sperimentale di Cinematografia, spezzoni di film e gli interventi di autori del calibro di Goffredo Parise e Italo Calvino, descrivere le lavorazioni nell’altoforno, raccontando il progresso italiano dagli inizi ‘900 agli anni ’70.

In viaggio dalle grandi opere degli anni ‘10 alla corsa all’elettrificazione per lo sviluppo della grande industria, il fascismo e la produzione bellica della FIAT, la ricostruzione nel dopoguerra e lo sviluppo di nuove industrie negli anni ’50, la città nella fabbrica e i modelli piemontesi FIAT e Olivetti, la ricerca di nuove fonti di energia in Italia e all’estero degli anni ’60 fino al pionierismo nel campo dell’informatica e del nucleare.


Un documentario prodotto da Rossofuoco, in collaborazione con Rai Cinema e l’Archivio Nazionale del Cinema d’Impresa, che sarà proiettato (in v.o. italiano s/t inglese) il 2 settembre 2014, nella Sala Grande, subito dopo la proiezione di O Velho do Restelo (The old man of Belem) di Manoel de Oliveira.

Davide Ferrario

“La zuppa del demonio” è il termine usato da Dino Buzzati nel commento a un documentario industriale del 1964, Il pianeta acciaio, per descrivere le lavorazioni nell’altoforno. Cinquant’anni dopo, quella definizione è una formidabile immagine per descrivere l’ambigua natura dell’utopia del progresso che ha accompagnato tutto il secolo scorso.

È questo il tema del nostro film: l’idea positiva che per gran parte del Novecento (almeno fino alla crisi petrolifera del 1973-74) ha accompagnato lo sviluppo industriale e tecnologico. Perché è facile oggi inorridire davanti alle immagini (proprio de Il pianeta acciaio) che mostrano le ruspe fare piazza pulita degli olivi centenari per costruire il tubificio di Taranto che oggi porta il brand dell’ILVA: eppure per lungo tempo l’idea che la tecnica, il progresso, l’industrializzazione avrebbero reso il mondo migliore ha accompagnato soprattutto la mia generazione, quella nata durante il miracolo economico italiano.

Per raccontare questa eccentrica epopea abbiamo deciso di evitare commenti di storici, interviste ad esperti e didatticismi vari. Abbiamo preferito andare alla sorgente, usando i bellissimi materiali dell’Archivio Nazionale del Cinema d’Impresa di Ivrea, dove sono raccolti cento anni di documentari industriali di tutte le più importanti aziende italiane. Abbiamo fatto parlare il film con le loro voci e le loro immagini, riservando al montaggio il compito di esprimere il nostro punto di vista di narratori. Quello che più ci interessava, non era svolgere un discorso storico, politico o sociologico: ma provare a restituire il senso di energia, talvolta irresponsabile ma meravigliosamente spencolata verso il futuro, che è proprio ciò di cui sentiamo la mancanza oggi. Non per macerarsi in una mal riposta nostalgia: ma per capire come siamo arrivati dove stiamo ora.

Via | Marzia Milanesi Comunicazione per il Cinema / Gabriele Barcaro

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