Grindhouse - A prova di morte e citazionismo

Grindhouse - A prova di morte (Grindhouse - Death Proof, USA, 2007) di Quentin Tarantino; con Kurt Russell, Rosario Dawson, Zoe Bell, Sydney Tamiia Poitier.

La fotografia è graffiata e a volte la pellicola salta; manca una bobina o forse ne mancano di più. Va via il colore e ci ritroviamo a guardare un'intera sequenza in bianco e nero. Ma non abbiamo pagato un biglietto per vedere due film, e non ci hanno inserito nessuno fake trailer in mezzo. Certo, Death Proof è più lungo di mezz'ora rispetto alla sua versione originale in Grindhouse, ma è la natura in sè dell'operazione che non c'è più: il più grande difetto di Grindhouse - A prova di morte non è suo, ma della legge di mercato. Che così non ci fa apprezzare i vari ammiccamenti reciproci tra i due film di Rodriguez e Tarantino, non ci fa godere di tre ore e passa di pulp e violenza, di divertimento, risate e follia, spesso delirante come i fake trailer. E per giudicare il vero film dovremo non solo aspettare Planet Terror, ma probabilmente (se mai ci sarà) la versione dell'originale Grindhouse in dvd. Sognare è lecito.

Ma si può ovviamente dare un giudizio su ciò che abbiamo visto, in attesa di modificare la nostra opinione. Qualcuno lo definisce un puro e ruffiano esercizio di stile, qualcuno pensa sia geniale. Il film di Quentin Tarantino è l'ennesima dimostrazione dell'amore per il cinema del suo folle autore: capire le citazioni diventa un gioco e un piacere per lo spettatore, che si diverte con una storia "bassa" e tenta di cogliere i vari riferimenti sparsi qua e là. Ed ecco che qualcuno esclama "ma la ragazza indossa la maglietta de L'ultimo buscadero di Sam Peckinpah!", oppure si è presi dall'euforia quando Kurt Russell (cattivissimo e lontano dai suoi personaggi carpenteriani) scatta le foto alle sue vittime come l'assassino de L'uccello dalle piume di cristallo di Dario Argento (notevole l'uso della colonna sonora originale del film, composta da Ennio Morricone, e il tema fa coppia con quello utilizzato in Kill Bill di Sette note in nero).
Tarantino dirige una storia on the road che ha ancora il sapore della vendetta: sulle strade che hanno fatto tremare gli spettatori di Duel o The Hitcher si aggira un serial killer con una macchina nera, con un teschio bianco dipinto sul cofano. E' Stuntman Mike, che studia per bene le sue vittime, tutte donne, per poi ucciderle. Come succede ad una biondissima Rose McGowan, che si schianta dappertutto dentro la macchina, senza cinture di sicurezza, mentre si va ad altissima velocità.

Ed è una storia ambientata paradossalmente ai giorni nostri (si vedono i cellulari): Tarantino dirige il suo (fake)b-movie contaminando il genere e il suo cinema, autodenunciandosi (il discorso sugli effetti speciali, gli stuntmen e quant'altro) e mettendo le carte in tavola. E quello che vediamo sullo schermo è una bellissima contaminatio che diverte e mescola la filmografia del regista (la lap-dance come il ballo di Pulp Fiction, i dialoghi nei bar, Michael Parks e il suo figlio n. 1, la Pussy Wagon e la suoneria del fischiettio di Daryl Hannah, il sangue e il feticismo per i piedi). Non per forza una summa, ma non gli era richiesto. Non bisogna accusare un regista se si diverte a dirigere una pellicola -e Tarantino si sarà molto divertito, come dimostra anche il suo cameo-, se il risultato è questo. E fra scene al femminile che non possono non richiamare alla mente il Russ Meyer di Faster Pussycat, Kill! Kill!, camei vari come quello di Eli Roth, un ascolto alla colonna sonora di Italia a mano armata e il titolo di Zozza Mary, pazzo Gary più volte ripetuto nel corso della pellicola, si assiste ad uno dei film più divertenti e colti della stagione. Se c'è chi non ama certe operazioni, chi non ama le citazioni (anche fini a se stesse) o chi non ama Tarantino, son problemi suoi.

Voto Gabriele: 9
Voto Federico: 9
Voto Carla: 7/8

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