Cous cous: recensione in anteprima

Cous cous (La Graine e le mulet, Francia, 2007) di Abdellatif Kechiche; con Habib Boufares, Hafsia Herzi, Marzouk Bouraouïa, Farida Benkhetache, Sabrina Ouazani.E’ ancora deluso per la sconfitta subita a Venezia, Abdellatif Kechiche. Non ha peli sulla lingua nel dire che sperava e credeva nel Leone d’Oro, andato poi a Lussuria – Seduzione e tradimento.

Cous Cous Abdellatif KechicheCous cous (La Graine e le mulet, Francia, 2007) di Abdellatif Kechiche; con Habib Boufares, Hafsia Herzi, Marzouk Bouraouïa, Farida Benkhetache, Sabrina Ouazani.

E’ ancora deluso per la sconfitta subita a Venezia, Abdellatif Kechiche. Non ha peli sulla lingua nel dire che sperava e credeva nel Leone d’Oro, andato poi a Lussuria – Seduzione e tradimento. La stessa sincerità e la stessa impulsività che troviamo in queste dichiarazioni le si ritrovano in Cous cous (La Graine et le mulet), il terzo film del regista di origini tunisine.

Come il precedente e bellissimo La schivata, Cous cous è un film personalissimo, originale e coraggioso. Che affascina sul momento, ma soprattutto che continua a crescere col tempo. E diventa ancora più bello. E’ la storia (saga) di una famiglia di origini magrebine, residente in Francia come i ragazzi del film precedente, che vede come protagonista Slimane, sessantenne divorziato con un lavoro al porto che decide di realizzare il suo sogno: aprire un ristorante di cous cous su una barca.

Coinvolge in questo grande e faticoso progetto la famiglia, ma soprattutto Rym, una giovane ragazza che gli è sempre stata a fianco e gli è amica. Da qui nascono tutte le altre storie, con tutti i componenti della famiglia riuniti assieme per pranzare, per parlare, con litigate, discussioni e pettegolezzi. Quello di Kechiche è così, con tutto questo, l’inno più appassionato degli ultimi anni alla naturalezza e al realismo.

Sembra a prima visto tutto facile, spesso improvvisato, e invece Kechiche, per girare e creare il suo Cous cous, c’ha messo tanto tempo, e più sacrificio e impegno di quanto si possa immaginare. Tra problemi di varia natura (tra cui la morte dell’attore protagonista, sostituito poi con il bravo Habib Boufares) e ritardi con le riprese, la fatica di tutto il cast è stata ricompensata con il successo che la pellicola ha avuto sia al Lido (con il “modesto” Premio della Giuria, ma soprattutto col successo unanime di critica e pubblico) che in Francia (alla terza settimana di proiezione le copie sono aumentate da 90 a 150).

L’intento di Kechiche è di filmare con la più totale genuinità e l’assoluta mancanza di sfoggio di tecnica e vari arzigogolii i volti, le espressioni, i gesti, i comportamenti, le reazioni dei suoi personaggi di fronte alla quotidianità di ogni giorno. Kechiche filma la vita, e lo fa mettendo su lunghissimi dialoghi, avvicinandosi in una sequenza (quella del pianto isterico) alla scena della cena della protagonista di 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni a casa dei genitori del ragazzo.

Cous cous ha, nonostante la grandissima durata, una vitalità, un’energia che dovrebbe fare invidia a molte commedie spente e banali, e pur senza grandi messaggi e approfondita psicanalisi, ma semplicemente raccontando la fatalità e la fatica della normalità, è una grande lezione di maestria cinematografica. Un paradosso, vista anche la tecnica del film. Ma in tempi in cui ci vengono (di)mostrate le capacità tecniche ed effetti speciali roboanti, Cous cous fa ancora più bene.

Il colpo di fulmine comunque è tutto per lei: la splendida Hafsia Herzi, vincitrice del Premio Mastroianni come attrice rivelazione, nuova scoperta di Kechiche come fu Sara Forestier ne La schivata (sarebbe bene recuperarlo per chi volesse vedere Cous cous, se ancora non lo si è visto, per capire il mondo del regista), che ha una grinta e una naturalezza incredibili, con in più una bellezza che buca lo schermo. La sua danza finale, con tanto di pancetta su richiesta (il regista le ha chiesto di ingrassare 15 chili), è un’esplosione impressionante che fa vibrare la sala.

Voto Gabriele: 9

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