• Film

Fare film da qui in avanti, un prospetto – Parte seconda

Dopo aver introdotto il discorso nella prima parte, entriamo più nel merito di cosa potrebbe voler dire fare film dopo il 2020

Prima parte: Fare film da qui in avanti, un prospetto – Parte prima

Non sappiamo da chi o cosa passerà il Cinema negli anni a venire, men che meno nei decenni che abbiamo davanti. Ma se dovessimo sbilanciarci, non sarebbe male andare a vedere quali format sussistono, dove c’è maggior fermento, e a fronte di quali ragionamenti. Cosa ci dice, per esempio, la tecnica dietro a un videoclip dei Pop X o degli OK Go, prima ancora che di un Casey Neistat? Partendo dagli strumenti utilizzati e dalla libertà che questi hanno loro garantito, possiamo pervenire all’evidenza che il confine tra il girare un’opera per immagini e scriverne una su carta (o su computer, ci siamo capiti) si stia sempre più assottigliando, nel senso che ciò che prima era affare di un gruppo più o meno nutrito oggi è concepibile come espressione del lavoro essenzialmente di uno.

Sandberg, da par suo, nasce autodidatta, impara ciò che gli serve strada facendo, s’adatta alla contigenza, acquista strumenti a buon mercato, accessibili a chiunque, e tara i suoi cortometraggi su ciò che ha a disposizione, intendendo con questo non semplicemente i mezzi attraverso cui registra/cattura, bensì il grado di conoscenza e pratica sin lì maturati. Tanto che questo vezzo gli torna utile, come dimostrato in uno dei suoi video, anche quando ha a disposizione alcuni milioni di dollari, facendogli non solo risparmiare tempo bensì persino consentendogli di ottenere risultati che magari, rivolgendosi a qualcun altro, per quanto più abile, non sarebbero stati altrettanto soddisfacenti dal suo punto di vista.

Il discorso è che ritengo si stia confondendo con troppa facilità il sistema con l’Arte. Lungi da me negare l’importanza della macchina, l’evidenza secondo la quale, se si possono avere film, è anche grazie a un sistema oliato, che consta di svariati pezzi più o meno armonizzati nell’ambito di quella pratica che è il fare film, dalla fase embrionale fino alla sua diffusione a cose concluse. Ma come ebbi modo di sostenere quando ancora ciò che stiamo subendo aveva appena avuto inizio, non va equivocato il processo con il risultato a cui porta, oppure ragionare come se il cinema fosse solo struttura, ossia un’insieme di modalità attraverso cui produrlo o addirittura fruirne, quest’ultima fattispecie se vogliamo persino più intricata, dato che appare ben più tollerabile un contesto in cui i film si fanno in maniera del tutto inedita piuttosto che uno in cui la sala non esiste affatto.

L’introversione oggetto dell’ultimo video di Sandberg, potrebbe dunque indirettamente non solo non essere un limite, bensì rivelarsi, almeno per un po’, il presupposto fondamentale dal quale partire per dare vita a un qualunque progetto. Una palestra buona non solo per chi inizia, ma anche per chi oramai è parte di quell’ingranaggio che adesso sta pericolosamente scricchiolando ma che, pur se in sofferenza, ha tutte le carte in regola per superare anche questa sfida. Non per forza toccherà inoltrarsi in un’avventura estrema come quella del regista basco, Oskar Alegria, nel suo bel Zumiriki (2019), né, di contro, è altrettanto indispensabile chiudersi nella propria stanzetta e puntare la camera verso ciò che c’è fuori dalla finestra, come parecchie, smielate operazioni da lockdown.

Malgrado le circostanze, credo perciò emergano fondate ragioni per immaginare un periodo non di contrazione bensì di espansione; una fase in cui il cinema, messo per l’ennesima volta a dura prova, non ne uscirà cambiato bensì evoluto. Ciò significa che sarà forse un po’ diverso ma non per questo stravolto, anzi, somiglierà a sé stesso molto più di quanto non sia avvenuto nel corso degli appena percettibili mutamenti occorsi in tempo di pace. Se già Herzog diceva che la cosa più importante per girare un film fosse quella di «leggere, leggere, leggere», e se Rossellini relegava l’importanza della macchina da presa a quella di una forchietta, non è da ottimisti sfegatati coltivare il ragionevole sospetto che davanti a noi si aprano certe possibilità, e che ciò sia ipotizzabile solo a fronte di un simile stress, così profondo.

Non sto semplificando, né m’interessa convincere chicchessia a focalizzarsi sul bicchiere mezzo pieno. Ci sono abbastanza segnali per avere timori quanti ce ne sono per sperare in delle implicazioni di segno opposto, benefiche oserei dire, e questa, attualmente, non è una prospettiva che può essere così facilmente soppressa. Quando non hai nessuno da convincere, allora l’unico che ti resta da convincere sei tu stesso, i tuoi gusti, le tue propensioni. Ciò comporta, nella migliore delle ipotesi (che non sempre si verificherà, concesso), film più poveri forse, ma di sicuro più personali, dunque veri. Il cinema non muore perché ci sono restrizioni, di qualunque tipo, le stesse in relazione alle quali, sotto sotto, Kieslowski si disse grato, lui che partì e fu attivo per gran parte della sua carriera sotto il regime comunista polacco.

Noi, a Dio piacendo, ci troviamo in un contesto diverso, per certi versi più subdolo poiché meno esplicito, con limitazioni di altra natura ma che di fatto impediscono l’ordinario funzionamento della vita. Ma se crediamo in questa cosa che chiamiamo Cinema, nel fatto che sia l’ultima delle Arti, che le contempla tutte insomma, non possiamo confinare il nostro orizzonte all’immediato, alle palesi difficoltà, ai limiti appunto imposti dalla contingenza. Sandberg, nel suo piccolo, invita al lavoro, che in altre parole significa spendersi, sperimentare, che è pratica pressoché per definizione solitaria. D’altronde, se nel destino del Cinema c’è quello di essere un’Arte di cui fare esperienza in maniera collettiva, tale principio non per forza si deve applicare a coloro che lo bazzicano da autori, fermo restando che la solitudine perfetta non è un fine conseguibile né un mezzo necessario per far sì che un film si realizzi.

Capiamo ora, a un passo da quel futuro preconizzato da Francis Ford Coppola, cosa quest’ultimo intendesse quando parlava del capolavoro girato da una ragazzina cicciottella dell’Ohio: per lui, prendere congedo dal cosiddetto professionalismo rappresenta una tappa obbligata affinché il Cinema diventi una vera e propria forma d’Arte. Personalmente non sono nelle condizioni di poter contraddire o avallare una simile affermazione, tanto più che esistono dei cicli: ora il professionalismo soffre per cause di forza maggiore; da qui potrebbero sorgere forme nuove che, una volta raggiunta l’opportuna diffusione, potrebbero benissimo portare ad una nuova stagione di professionalismo, ossia essere regolate sotto forma di standard. Per questo non bisogna farsi strane idee ma al contempo guardare a quanto ci offre la situazione con il massimo dell’apertura. È tempo di far emergere il professionalismo di domani, anche se per un po’ somiglierà tanto ad un dilettantismo qualunque.

Foto di cottonbro su Pexels