Magica, magica Amy…

Battezzata in Italia ma americana in ogni sua scelta cinematografica, Amy Adams in appena 7 anni ha raccolto quattro nomination all’Oscar riuscendo ad imporsi sempre più come una delle attrici maggiormente versatili della sua generazione. Tenera ma tosta e capace di mettersi in discussione anche a costo di “sporcare” quell’ingombrante vestito da principessa disneyana che ha fatto la sua fortuna.


Dolce, svampita e indimenticabile principessa Giselle di Andalasia! Proprio ieri ha festeggiato i suoi primi 39 anni, anche se il Natale più importante l’ha ricevuto sicuramente dall’Italia quel 20 Agosto 1974 quando, piccola e fulva, veniva alla luce a Vicenza dove il papà militare era di stanza. Anche Amy Adams, come altre star hollywoodiane, con il belpaese condivide qualcosa di importante senza necessariamente portarlo impresso in qualche altisonante cognome italo-americano. Non è un caso che la prima figlia l’abbia battezzata Aviana Olea visto che ad Aviano ci ha vissuto la sua infanzia, comunque non troppo lunga visto che l’attrice sembrerebbe non parlare affatto l’italiano.

Mancanza che tuttavia le perdoniamo in virtù di quegli occhi color cielo (disneyano ovviamente) e il sorriso largo e luminoso da cartone animato, probabilmente le sole caratteristiche che la distinguono dalla collega, non ancora altrettanto famosa, Isla Fisher (I love shopping, Now you see me-I maghi del crimine) che da anni sopporta stoicamente di essere scambiata per la Adams. “Magica, magica” Amy potremmo dire di lei parafrasando la sigla italiana del noto anime giapponese, anche se la magia, ancor prima di “Enchanted”, l’aveva colta in Tv attraverso partecipazioni a puntate di “Streghe”, “Buffy” e “Smallville” (con l’uomo d’acciaio già scritto nel destino). Ma dal film Disney in poi per la Adams non è stato mica quel crescendo di personaggi zuccherini che ci si aspetterebbe, a parte qualche prevedibile scivolone nel sentimentale (Una proposta per dire sì) e la sua apparizione nei Muppets per onorare un contratto con la Disney.

Vedere (per credere) titoli come The Fighter, Il dubbio o Junebug per rendersi conto di come Amy “ami” (passateci il gioco di parole) contaminare la sua immagine fin troppo rassicurante attraverso il richiamo irresistibile dell’ambiguità. Del resto quattro nomination all’Oscar ricevute in soli 7 anni parlano chiaro: Hollywood sempre più si è accorta di un’attrice capace di rubare prepotentemente la scena alle star di turno (Wahlberg, Bale, Streep, Seymour-Hoffman e Phoenix), entrando per la porta secondaria dei “non protagonisti” e uscendo vincente (anche se non ancora ai premi) da quella dei personaggi principali.

E se ancora non bastasse eccovi il trailer vintage e splendido di “American Hustle”(in uscita a Natale negli States), in cui incontrerà ancora il regista David O.Russell (The Fighter), o quello altrettanto inconsueto di “Her” di Spike Jonze, a dimostrare che la voglia di sperimentare e di contraddire il suo rassicurante sembiante femminile, non le mancheranno neppure nella prossima stagione. Ecco i film che meglio la definiscono:

“Cruel Intentions 2-Non illudersi mai” di Roger Kumble (2000)

Prequel successivo al primo Cruel Intentions, di cui però non possiede l’analogo charme da teen-movie modaiolo e perverso, questo filmetto sparirebbe dalla mente di chiunque se non fosse per una Amy Adams, moderna Kathryn Merteuil prima ancora di Sarah Michelle Gellar, abbastanza “carogna” e incestuosa da lasciare il segno. Il film è trascurabile anche se, recuperato dopo “Come d’incanto”, fa ancora il suo “sporco” effetto conturbante se paragonato alla ben più rassicurante principessa di zucchero filato.

Junebug” di Phil Morrison (2005)

E’ il classico “film Sundance” ben recitato, ben diretto e, ovviamente, mal distribuito (almeno in Italia dove è uscito solo in dvd). La Adams interpreta qui il personaggio di una donna incinta, dolce, chiacchierona e commovente in un contesto che sembra aver bandito la gentilezza dei sentimenti. Una donna del Sud amabile che la Adams riesce a rendere perfino memorabile. L’Academy Awards se ne accorge subito ed è prima nomination.

Come d’incanto” di Kevin Lima (2007)

Come d’incanto” è il film che segna ufficialmente l’ingresso della Adams nell’olimpo delle nuove promesse. Se Hollywood cercava un volto nuovo e fresco su cui scommettere, i bambini di mezzo mondo trovano invece la principessa in carne ed ossa di cui innamorarsi perdutamente. Il film è la risposta gentile e per metà animata (proprio come nella migliore tradizione dei film Disney anni ’70) allo sfottò delle fiabe perpetrato da “Shrek”. Giselle è un buffo crocevia di archetipi e tic di tutte le Cenerentole e Belle addormentate, così inconsapevolmente autoironica da lasciarsi amare con naturalezza anche dagli adulti. La Adams, con il suo campionario studiatissimo ma mai artificioso di smorfie, incanta tutti come un effetto speciale vivente sfoderando una voce da usignolo e una contagiosa voglia di vivere.

Il dubbio” di John Patrick Shanley (2008)

Dei tre personaggi de “Il dubbio“, triangolo clerical-inquisitorio allestito con tocco teatrale dal regista, la Adams, sorella James dall’aspetto docile e manipolabile, è anche quello che rischiava di venire schiacciato di più. Facile se gli altri due vertici di questo “Sospetto” dal vago sapore hitchcockiano si chiamano Meryl Streep e Philip Seymour Hoffman e offrono prove al massimo grado della bravura ed ambiguità. Ma la Adams non sfigura affatto e vince non solo la sua seconda nomination all’Oscar ma anche il compito non facile di restare impressa come fragile ma non troppo arrendevole novizia. In qualche modo è lei ad incarnare la tipica coscienza religiosa del film (quella laica tocca invece a una ancora sconosciuta ma straordiaria Viola Davis).

The Fighter” di David O.Russell (2010)

Il regista di “Silver Linings Playbook” è ormai un acclamato specialista nell’arte di cavare fuori il meglio dai suoi interpreti, magari procurando loro più che una semplice nomination (come Jennifer Lawrence premiata quest’anno per “Il lato positivo”). David O.Russel con “The Fighter” non solo riuscì a farne ottenere quattro ai suoi attori (due tramutatesi in Oscar rispettivamente per Christian Bale e Melissa Leo) ma riuscì perfino a tirar fuori le “parolacce” dalla Adams, che nel suo ruolo di barista sboccata, decisa e verace aggiunse un altro ruolo notevole alla sua personale galleria, nonchè l’ennesima ipoteca sulla sua ormai indiscussa versatilità d’attrice.

The Master” di Paul Thomas Anderson (2012)


Ancora un ruolo che la relega nell’ombra ma solo in termini di presenza, non certo di spessore. Di “The Master“, studio di psicologia umana nonché ennesimo capitolo della personale nascita di una nazione orchestrato da Anderson, il personaggio della Adams, la fedele Peggy Dodd moglie del guru di Scientology, sembra rappresentare una sorta di Lady Macbeth di provincia, vera forza propulsiva di un movimento in apparenza solo maschile. Tutto è manipolabile e tutti in qualche modo sono manipolati o manipolatori. Il figlio da parte del padre.I padri nei confronti dei loro figli (l’america). E la scena in cui la Adams masturba con sguardo fermo e implacabile il marito docile e sottomesso dimostra che “the master”, in fondo, è soprattutto donna.

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