Sundance 2016, commento: come previsto un’edizione rivoluzionaria

Sundance Film Festival 2016: la rassegna di cinema indipendente più famosa al mondo ha lanciato diversi segnali nella sua ultima edizione. Nomi consolidati ma anche molte nuove leve da tenere d’occhio, un quasi ‘ovvio’ gancio destro alla mancata ‘diversity’ degli Oscar, l’entrata in scena rumorosa di Netflix e Amazon, e la realtà virtuale che prende sempre più piede. Un commento su un’edizione che forse lascerà davvero il segno.

Non è che adesso vogliamo fare i profeti, però effettivamente un po’ lo avevamo previsto. Il Sundance Film Festival 2016 è stato il primo testimone del grande cambiamento che è in atto da un po’ nel mercato cinematografico e che proprio a Park City ha mostrato la sua nuova identità. Il festival è finito nel modo più prevedibile possibile, certo, ma possiamo tirare somme più interessanti dei suoi premi (nello specifico quelli a The Birth of a Nation, che paiono messi lì per far contenti i militanti di #OscarsSoWhite e fare da cassa di risonanza alla Fox Searchlight).

Però, appunto, il Sundance quest’anno è stato esattamente quello che dovrebbe essere sempre: un successo a livello di giudizi sui film, festival di scoperta di talenti del futuro, e un termometro del nuovo che avanza. Certo, è importante per la ‘facciata’ che pure i nuovi Solondz, Reichardt e Sachs (ovvero alcuni tra i registi consolidati del cinema indie statunitense presenti in cartellone) abbiano portato film che hanno avuto accoglienza positiva. Ma sono i Tim Sutton, le Anna Rose Holmer e le altre nuove leve che il Sundance ha finalmente consacrato.

Con la vittoria del film di Nate Parker il Sundance poi prende ‘politicamente’ le distanze dagli Oscar riaffermando una sua identità. Allo stesso tempo ovviamente lancia il film agli Oscar 2017: che il team dietro al film abbia rifiutato la cifra di 20 milioni di dollari di Netflix per un day and date release in favore dei (già comunque da record) 17.5 milioni della Fox Searchlight è stata subito la conferma. Secondo Brian Moylan, in un acceso articolo sul Guardian, Netflix e Amazon – come previsto, infatti, le grandi protagoniste del Sundance 2016 – devono quindi decidere se essere tv e film.

Moylan cita il caso di Beasts of No Nation, uscito lo stesso giorno sia su Netflix che al cinema (attraverso Bleecker Street), incassando numeri ridicoli in sala e non ottenendo alcuna nomination agli Oscar. Però si scorda dei 3 milioni di visualizzazioni su Netflix nei primi giorni. Ora, non sto dicendo che Fukunaga & co. non sperassero in un risultato migliore soprattutto a livello di premi, ma dubito che a un regista faccia proprio schifo sapere che 3 milioni di persone nel mondo hanno visto il suo film in così poco tempo.

Netflix, Amazon, HBO e compagnia bella sono tv? Ok, bene, chi scrive è d’accordo. Di più: chi scrive è un purista della sala cinematografica. Che è necessaria non solo per i 70mm di The Hateful Eight o l’Imax 3D di Star Wars: Il risveglio della forza, ma anche per assaporare appieno 45 anni e Brooklyn. E a chi mi ha sempre detto che oggi le serie tv sono meglio del cinema ho sempre risposto due cose: e/o ha visto pochi film, e/o non ha capito che con i loro tempi di sviluppo narrativo (per non entrare nel discorso del tipo di pubblico e quindi di ‘formule’) sono cose assai diverse.

Personalmente mi appassiona molto di più Game of Thrones che quasi tutti i film fantasy recenti, e mi emoziona assai di più Looking di molti film LGBT usciti negli ultimi 10 anni, ma ciò non vuol dire che consideri la tv meglio del cinema, il piccolo schermo meglio di quello grande, e via dicendo. O siamo ancora al ‘libro meglio del film’? Andiamo oltre, per carità. Anche perché ormai anche lo zoccolo duro del cinema indie, il pubblico che cerca i film ‘alternativi’, la sala spesso la scansa.

Fa quasi male ammetterlo, per chi considera il buio del cinema sacro, ma bisogna cercare comunque alternative legali alla sala. Altrimenti non si ammette che la fruizione è cambiata (o, meglio, diversificata e ampliata). Però il Sundance incorona il film che segue la via tradizionale: un paradosso? Certo, ma mica tanto. Il mercato è il mercato, il buzz è il buzz, il denaro è il denaro, ecc..

Quindi c’è poco da storcere il naso, in fin dei conti, se per ora questo può trainare il carro e regalarci Manchester by the Sea, The Fits, Dark Night, Morris from America, e perché no anche l’ufo più assurdo da molto tempo (alzi la mano chi non ha voglia di vedere subito Swiss Army Man, meglio conosciuto come ‘il film in cui Harry Potter cadavere emette scoregge’).

Che dire poi della realtà virtuale che ha avuto proprio un ruolo centrale più che mai in questa edizione? Anche qui c’è poco da storcere il naso, perché tutti ci stiamo chiedendo se sia cinema o meno. Ma la VR è appena agli inizi: anche se la trovo entusiasmante, credo ci sia molto da lavorare, sia dal punto di vista tecnologico che di fruizione. Però non è un caso se un paio tra le cose più interessanti uscite dal Sundance siano Dear Angelica, terzo prodotto di Oculus, e l’immersione erotica e intima di Viens!.

E allora va benissimo insomma persino che, qualità o meno del prodotto, The Birth of a Nation vinca il Sundance: perché il cambiamento nei confronti della lack of diversity non nasce dagli Oscar (ci cascano solo i creduloni, anche se c’è da ammettere che qualcosina-ina si è smossa). Il cambiamento – come possibilità e ricerca e curiosità fra razze colori generi e chi più ne ha più ne metta – deve nascere dai filmmaker indipendenti. Giusto così, e giusto è che le organizzazioni che li tutelano e li esaltano si facciano portavoce di una battaglia fin troppo politicizzata e banalizzata, ma che è nel profondo una ben più complessa rappresentazione dell’industria, del mercato, del mondo.

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