Cannes 2015, domenica 24 maggio: chi vincerà la Palma d’Oro? Il toto-premi di Blogo

Festival di Cannes 2015: il concorso è finito, e oggi si consegnano i premi. Chi vincerà la Palma d’Oro? Tra i contendenti Son of Saul, Carol, The Assassin e il nostro Mia Madre. Pronostici, rumor e commenti dell’ultima ora…

A cura di Gabriele Capolino

Ho avuto la possibilità di vedere Macbeth, l’ultimo film del concorso, per ben due volte ieri. La prima è stata per la canonica proiezione stampa delle 8.30. Un orario punitivo per un film ‘impegnativo’ e piuttosto letterario, che ha avuto la sfortuna di venire presentato l’ultimissimo giorno del festival più stressante al mondo.

Parlato in ‘shakespeariano’ (ci scusino i puristi, ma a volte è meglio una semplificazione del genere per far capire subito il concetto), Macbeth avrebbe avuto bisogno di sottotitoli in inglese per poter dare la possiblità ai non anglofoni di capire cosa i personaggi si stessero dicendo. Forse anche per questo la critica italiana ha bocciato il film senza se e senza ma.

Sul momento devo ammettere di essermi goduto non poco lo stile di Justin Kurzel, di cui avevo apprezzato molto il precedente Snowtown. All’inizio c’è una battaglia con notevoli slow motion, alla fine un duello ‘all’inferno’ piuttosto potente. Insomma: non ero dentro al film a causa della mancanza di sottotitoli, mi sono detto, ma almeno potevo riconoscere che la Scozia del film era notevolmente nebbiosa, sporca e violenta.

Poi ho rivisto il film durante il gala delle 19, quello con gli attori in sala. Qui è cascato l’asino. Con i sottotitoli non c’erano quasi più problemi: un po’ più di attenzione rispetto alla mattina e un film già visto sono state carte vincenti. Eppure Macbeth l’ho trovato tanto piatto quanto la prima visione. E anche lo stile non mi ha più sorpreso. Anzi: gli slow motion iniziali mi sono parsi molto estetizzanti, e il finale rosso fuoco davvero interminabile.

Il film di chiusura, Ice and the Sky, del sempre interessante Luc Jacquet (La marcia dei pinguini e La volpe e la bambina), mi è sembrato ‘corretto’ e poco più. Documentario sulla figura di Claude Lorius, che ha iniziato a studiare l’Antartico nel 1957, si sposta presto sulle teorie sul riscaldamento globale che l’uomo avanza da anni. Nulla di male, se non fosse che nella seconda parte sembra tutto preconfezionato per un pubblico che non vuole pensare. Ma ci sono molte immagini affascinanti e persino un appassionante viaggio di… una bolla d’aria intrappolata nel ghiaccio!

Bene uno dei film premiati nella Quinzaine, ovvero il turco Mustang di Deniz Gamze Ergüven, che ha vinto il Label Europa Cinemas (aspettiamocelo quindi in Italia). Si tratta di una specie de Il giardino delle vergini suicide ambientato in Anatolia, in cui cinque sorelle sono alle prese con i tabù femminili di tutti i giorni. La famiglia ovviamente non è certo d’aiuto…

La prima parte è un fiume in piena, energico e selvaggio, con un ritmo che non lascia fiato. Poi il film comincia a farsi un po’ più serio e triste, e si perde qualcosina. Ma il messaggio è chiaro e urgente, non si spinge mai su nessuna corda facilotta, e il gruppo di ragazzine è semplicemente strepitoso. Una delle piccole sorprese di Cannes 2015.

Oggi alle 19 circa la giuria capitanata dai fratelli Coen assegnerà la Palma d’oro e gli altri premi. Noi da Cannes ci siamo divertiti a stilare due diversi palmares: quello che assegneremmo noi se fossimo nei panni della giuria, e quello che secondo noi sarà definitivo. Nulla è sicuro: collegatevi oggi e vivete la diretta della cerimonia di chiusura con noi.

Gabriele

Chi vincerà:
Palma d’oro: Son of Saul
Gran Premio della Giuria: Mia Madre
Miglior regia: Hou Hsiao Hsien – The Assassin
Miglior attore: Vincent Lindon – La Loi du Marché
Miglior attrice: Cate Blanchett – Carol
Miglior sceneggiatura: Jia Zhang-ke – Mountains May Depart
Premio della Giuria: Sicario

Chi voglio che vinca:
Palma d’oro: Carol
Gran Premio della Giuria: Son of Saul
Miglior regia: The Assassin
Miglior attore: Antonythasan Jesuthasan – Dheepan
Miglior attrice: Margherita Buy – Mia Madre
Miglior sceneggiatura: Jia Zhang-ke – Mountains May Depart
Premio della Giuria: Sicario

Antonio

Chi vincerà:
Palma d’oro: Son of Saul
Gran Premio della Giuria: The Assassin
Miglior regia: Todd Haynes – Carol
Miglior attore: Vincent Lindon – La Loi du Marché
Miglior attrice: Margherita Buy – Mia Madre
Miglior sceneggiatura: Jacques Audiard , Thomas Bidegain, Noé Debré – Dheepan
Premio della Giuria: The Lobster

Chi voglio che vinca:
Palma d’oro: The Assassin
Gran Premio della Giuria: Mia Madre
Miglior regia: Denis Villeneuve – Sicario
Miglior attore: Vincent Lindon – La Loi du Marché
Miglior attrice: Cate Blanchett – Carol
Miglior sceneggiatura: Jia Zhang-ke – Mountains May Depart
Premio della Giuria: Son of Saul

23 maggio: Chronic spiazza la stampa, Macbeth chiude ufficialmente il Concorso

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A cura di Antonio Maria Abate

Chiedete in giro e vi diranno tutti la stessa cosa, ovvero che il finale di Chronic (recensione) lascia interdetti. Non vi diciamo nulla, per carità, sia mai che vogliate recuperarlo. Solo, ecco, si dice che a pensar male si commette peccato… non fosse che spesso ci si azzecca, aggiungeva il senatore Andreotti. Il film di Michel Franco rientra tra i due ripescati, e senza prodigarci in complottismi che non c’interessano, proprio Chronic e Valley of Love sono risultati tra i peggiori del Concorso. D’altronde siamo alla fine e a quanto pare c’era bisogno di mettere a proprio agio certa critica, che con film come questi ci va a nozze – non a caso alla prima di ieri mattina gli applausi ci sono stati eccome.

Chi vi scrive passa volentieri. Franco cerca di strappare il più possibile in tutti i modi, senza esclusioni di colpi. La vita è pessima, fare del bene non serve a niente e se la sorte ti ha preso di mira ciao. Il discorso di Chronic è tanto banale quanto ingiusto, addirittura bieco. Inquadrature fisse a registrare l’estrema solitudine di un uomo schiacciato dall’esistenza, che aiuta persone a loro volta senza via di scampo, da cui il titolo. La sua è mera spettacolarizzazione della sofferenza, vuota dentro e brutta fuori. Più di uno lo ha accostato ad Haneke, il che avrà pure un senso, però. Il regista austriaco non lascia nulla al caso, mentre Franco non si sforza nemmeno di costruire qualcosa per far sì che non crolli tutto. E quando arriva il finale, quello, beh… capisci che qualcuno ha cercato di fartela sotto gli occhi senza accorgersi di quanto fosse goffo e grottesco il tentativo.

Subito dopo è toccato a The Little Prince, film che su cui, ammetto, il sottoscritto non coltivava particolari speranze. Ed invece le lacrime. Sia chiaro, il film di Mark Osborne è tutto fuorché perfetto, e ad una prima parte piuttosto bilanciata ne oppone una seconda che mette a repentaglio l’intera operazione; anche se alla fine, tutto considerato, si accetta anche quella. Perché The Little Prince in cambio ha un cuore grosso così, riuscendo peraltro a rendere omaggio senza mortificare affatto l’opera originale. Ad avviso di chi scrive, il miglior coming-of-age del Festival; il primo, manco a dirlo, è Inside Out. Due film d’animazione, entrambi fuori concorso. C’è da riflettere.

Con la proiezione delle 15.30 in Sala Bazin, invece, abbiamo finalmente scovato il brano del Festival, questo. L’anno scorso andò meglio: primo giorno, Bande des filles di Céline Sciamma e via. A ‘sto giro è servito l’intervento di Corneliu Porumboiu, con Comoara. Un’idea brillante, per una commedia irriverente e pacatamente spassosa. Costi un giorno viene avvicinato dal vicino che gli chiede dei soldi; si scopre che il motivo è commissionare la ricerca di un tesoro in uno dei suoi terreni. Dopo un primo momento di resistenza, Costi accetta; Comoara è il resoconto di questa ricerca. Semplice, divertente.

Chiude la giornata Dope, su questi ragazzi geek di colore che si ritrovano loro malgrado invischiati in un brutto affare di droga. Due, tre idee niente male, si ride abbastanza. E forse è stato un buon modo per chiudere una Quinzaine anche quest’anno interessantissima, in cui a vincere è stato quel Desplechin misteriosamente escluso dalla selezione ufficiale. Durante il discorso di rito post-premiazione, ci siamo immaginati il regista ringraziare Fremaux, senza il quale effettivamente My Golden Days non avrebbe ottenuto questo riconoscimento.

Oggi si chiude il Concorso. L’ultimo film è Macbeth di Justin Kurzel, con Michael Fassbender e Marion Cottilard. Nelle scorse ore si è detto di tutto e di più: pare ci sia stata una proiezione al Marché, e chi l’ha visto ne parla discretamente bene. Sinceramente ci sorprenderebbe trovarci di fronte un film incredibile, ma non significa che in cuor nostro non ci speriamo. Più che altro la curiosità è tanta in relazione alla chiave di lettura che il film intende offrire; con Shakespeare ci hanno provato e continuano a provarci in tanti, e di questi si contano sul palmo di una mano coloro che hanno avuto qualcosa di dignitoso da dire. Per finire c’è il film di chiusura, Ice and the Sky di Luc Jacquet. È probabile che si riesca a recuperare qualcos’altro nel corso della giornata, ma per il momento non intendiamo esporci. Come sempre, però, si tenta di non lasciare nulla.

22 maggio: il migliore ed il peggiore dei francesi in Concorso, Love 3D di Gaspar Noé ci prova

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A cura di Antonio Maria Abate

Giornata particolare quella di ieri. Agli atti passa come il giovedì in cui il Concorso ha proposto il film francese migliore e quello peggiore. Il primo, Dheepan (recensione) di Jacques Audiard, è un altro horror travestito. Primi minuti da panico, sembra l’ennesimo film socialmente impegnato, sull’immigrazione. Ma passa poco prima di rendersi conto che il discorso è un altro, con alcune trovate notevoli ed un protagonista che colpisce. La violenza come destino, l’apparente impossibilità di fuggire dal proprio passato; tutti temi che Audiard qui rielabora in modo interessante, con un finale che ha messo un po’ in difficoltà ma che ad avviso di chi scrive ci sta, pur nella sua ambivalenza.

Il peggiore è Valley of Love di Guillaume Nicloux, dramma a due con due pilastri come Isabelle Huppert e Gérard Depardieu. Un tempo sposati, le loro strade si sono divise da tempo, sebbene condividano ancora un dolore immenso, ovvero la perdita del figlio. Entrambi ricevono una lettera, che dice loro di farsi trovare in un punto della Valley ad un orario preciso. Ciò che lascia interdetti del film di Nicloux è l’assoluta indifferenza alla quale si assiste a queste chiacchierate tra i due ex-coniugi, mentre montano le ragioni della loro separazione. Eppure è tutto così poco interessante, asettico; non bastano quei due tre inserti che dovrebbero dare un tocco di misticismo, né addirittura un finale che vira allo spirituale. Si vede che il tema è sentito, solo che è maneggiato con una leggerezza che tiene a distanza e vanifica il benché minimo potenziale. Sarà che siamo alla fine, dunque un po’ stanchi, ma Van Sant non mi ha indisposto quanto questo.

Cambiamo argomento. Vi ricordate cosa abbiamo scritto nel corso dell’ultimo aggiornamento riguardo la proiezione di Love 3D? Ebbene, ce l’abbiamo fatta ad entrare. Una calca che manco per i film più attesi del Concorso, anche se è vero che qui potevano intervenire e sono intervenuti un po’ tutti gli accreditati, non solo la stampa. Le reazioni sono miste, sebbene non si avverta tutto questo scandalo, né si senta parlare in giro di filmone. E dire che alla luce delle premesse c’era d’aspettarsi di peggio, mentre il Gaspar Noé di Love qualcosa da dire ce l’ha. Ma come ci domando a chiusura della nostra recensione, è questo qualcosa abbastanza? Per certi aspetti sì, per altri no. Di sicuro Noé sa il fatto suo riguardo a come comporre l’immagine, ed in più si circonda sempre della gente giusta. Se consideriamo che a ‘sto giro vola pure più basso rispetto all’incontenibile (ed incontinente) Enter the Void, capite quanto sia disposto a seguire con più partecipazione il progetto. Dove sì, il sesso c’è ed è pure tanto, anche se il vedo/non vedo non manca, ed il regista argentino, tra un’eiaculazione in 3D sparato in faccia al pubblico a mo’ di palla di cannone ed un threesome appasionato, ci gioca un bel po’.

Oggi giornata intensa. Penultimo film in Concorso, Chronic di Michel Franco. Segue The Little Prince di Mark Osborne (a cui non è andata certo benissimo, qualche giorno dopo Inside Out), il rumeno Comoara in Un Certain Regard, e per concludere il film di chiusura della Quinzaine, ossia l’americano Dope.

21 maggio: applausi e qualche fischio a Sorrentino, The Assassin si candida a un premio

The Assassin
A cura di Gabriele Capolino

Si è parlato di una quindicina di minuti di applausi alla fine de la proiezione di Youth – La Giovinezza (recensione) di Paolo Sorrentino. Giusto per la cronaca si tratta della proiezione di gala, quella ufficiale con il cast in sala. Nulla da togliere a questa accoglienza, anzi, che se è stata davvero quella è più che calorosa.

Ieri in mattinata, durante la prima proiezione stampa del film (tra l’altro al Grand Théâtre Lumière, 2300 posti), la reazione è stata più mista. Tantissimi applausi e qualche fischio e buu. I riscontri successivi hanno confermato che, ancora una volta, Sorrentino ha fatto molto discutere. C’è chi lo ama molto, c’è chi non lo sopporta. C’è chi è rimasto sorpreso non avendo amato La Grande Bellezza e chi deluso avendo proprio amato il film precedente.

Insomma: tutto nella norma. E francamente non fatico a capire chi ha storto un po’ il naso: si tratta di un film low-key, più narrativo del precedente, assai meno ambizioso e persino più intimo, malinconico, dolce. L’altra faccia della medaglia? Per chi scrive sì. Potenzialmente Youth poteva essere un This Must Be The Place 2, cosa che però non è. Non lo è grazie innanzitutto a due fattori: l’ambientazione ‘ristretta’ e proprio La Grande Bellezza.

In This Must Be The Place, la prima prova anglofona, c’erano dolly e movimenti di macchina e acrobazie e tutto l’armamentario virtuostico. Era un road movie, c’erano tanti spazi aperti. Era una prova importante e Sorrentino ha voluto mettersi in mostra. Non ha funzionato. Il fatto che Youth sia ambientato in un solo luogo, un centro termale di lusso, lo aiuta a stare fermo in partenza.

Ma è l’esperienza de La Grande Bellezza che mi pare fondamentale per il risultato ottenuto con Youth. Perché, se da una parte Sorrentino ha già imparato dall’esperienza di This Must Be The Place che può anche stare tranquillo con la macchina da presa, dall’altra ha trovato col lavoro precedente dei marchi che sono sia una firma che un mezzo espressivo.

Tutti gli inserti squisitamente estetici (il palco circolare in giardino, la ragazza con la gigante bolla di sapone, la modella, ecc.) paiono venire dritti dall’opera precedente. Mi sembrano momenti molto belli e utili per ‘abbellire’ una forma che altrimenti rischiava di restare un po’ inerte, e in questi momenti si possono riscontrare anche delle piccole verità.

Youth poi non mi sembra in realtà come dicono in molti un film sull’invecchiare o sulla vecchiaia in generale. Certo, c’è un ragionamento sulla fisicità e sul corpo giovane, però è innanzitutto un ragionamento sulla creazione artistica nel Tempo. Fred Ballinger vive ancora nei ricordi delle melodie composte da giovane, quando era innamorato, così come Jep Gambardella non ha trovato più ispirazione per scrivere un secondo libro. A me il modo in cui Sorrentino racconta questi concetti piace, o non mi dispiace abbastanza da restargli indifferente.

La stampa ha potuto vedere ieri anche il 15° film in concorso, The Assassin di Hou Hsiao-Hsien: qualcosa di incredibile. Ci ha messo circa sette anni per realizzarlo il regista, che non girava un film dal 2007, anno de Le voyage du ballon rouge. Ora capiamo perché…

Ogni inquadratura di The Assassin è qualcosa di indescrivibile e mozzafiato. Girato in 4:3, con una sola parentesi in 1.85 in una singola scena, il film inizia in bianco e nero e, dopo una decina di minuti, vira verso il colore. Si respira l’aria di quelle inquadrature, ci si vive dentro, si guarda l’orizzonte e il paesaggio come se ce l’avessimo davanti e fosse il più bello di sempre. Un’altra epoca, un altro mondo, un ufo.

Hou è un maestro perché prende un genere canonizzato in tutto e per tutto (il wuxia, anche nel rigurgito ‘modaiolo’ di Ang Lee e Zhang Yimou) e lo ribalta come un calzino. Azzerate le aspettative, perché non troverete combattimenti eterni: qui si combatte velocemente e per necessità, a volte persino ci si ferma. In una scena l’assassina del titolo, Yinniang, combatte nella foresta contro un’altra guerriera mascherata. Dopo pochi colpi le due si fermano e proseguono per le loro rispettive strade…

The Assassin è un film sulla dignità del combattimento, inteso anche come combattimento interiore. Richiede pazienza, e all’inizio c’è qualche monologo di troppo tra i molti silenzi (viene voglia a un certo punto che sia direttamente muto). Ma Hou fa un lavoro eccezionale, smantellando le regole del genere e iniettandoci dentro il proprio mondo. Così fa fare a Yinniang un percorso interiore (cosa scegliere: le regole o l’istinto?, i comandi o il sentimento?) che si proietta meravigliosamente nelle ambientazioni e nei colori delle inquadrature. Stiamo parlando dell’opera d’arte di un vero maestro, davvero.

Abbiamo anche visto nella Semaine de la critique Krisha, vincitore dell’ultimo SXSW. Si tratta dell’opera prima dell’americano Trey Edward Shults, basata su un suo corto di successo. Krisha narra la storia dell’omonima protagonista, interpretata tra l’altro dalla vera nonna del regista (e il film è pieno di parenti reali…), tornata a casa ad Austin per una vacanza nel Giorno del Ringraziamento.

La donna ha un passato da alcolizzata e non vede la famiglia da tempo. Non ha più rivisto quindi il figlio e la madre malata di Alzheimer. Ritrova un clima piuttosto sereno in cui si chiacchiera, si gioca coi cani e si cucina il tacchino. Poi un incidente scatena il putiferio. Tra Cassavetes e Polanski, Shults dimostra di avere grande padronanza del mezzo e gioca con un sonoro ‘fastidioso’, lunghi pianisequenza, un montaggio improvvisamente schizzato.

Non è un film per tutti: è ‘duro’ e non conciliante, e non vuole accomodare nessuno. A Krisha poi manca persino un dito, e a livello visivo ci sono un paio di momenti disturbanti. Krisha, l’attrice, regala una performance pazzesca e trascina il film. Un’opera prima di cui si sentirà ancora parlare, e un biglietto da visita per Shults notevole: vedremo cosa farà in seguito.

Oggi è il giorno di un pezzo da 90: Jacques Audiard e il suo Dheepan (di cui si dice sia ancora il titolo provvisorio). È anche il gran giorno in Un Certain Regard di Roberto Minervini e The Other Side, che uscirà da noi il 28 maggio col titolo Louisiana: lo attendiamo parecchio. La sera la stampa potrà poi vedere anche il 17° film in concorso, Valley of Love di Guillaume Nicloux. E se riusciremo a entrare in una delle piccolissime sale in cui faranno la replica, vi faremo sapere com’è questo chiacchierato ed eroticissimo Love 3D di Gaspar Noé…

20 maggio: è il giorno di Paolo Sorrentino e del suo Youth – La Giovinezza

Youth La giovinezza
A cura di Gabriele Capolino

13 film su 19 in corsa per la Palma d’oro visti. Come sta andando questo concorso? Bene, ma è altalenante, con punte ottime e punte abominevoli. Su chi poteva esserci e su chi era meglio stesse altrove ci arriviamo tra poco. Certo il concorso se lo merita il già molto discusso Mountains May Depart di Jia Zhang-ke (recensione), che qualcuno ha trovato discontinuo. Secondo me andrà a premi, e Zhao Tao potrebbe essere incoronata migliore attrice. Spendo poi due righe sul secondo film in concorso visto oggi, sempre meritevole.

Ha l’ambiguità della notte, la sottile tensione delle persone hanno responsabilità e brancolano nel buio, il ritmo calmo e crescente di un film d’autore. Forse Sicario (recensione) è il miglior film del canadese Denis Villeneuve, l’autore de La donna che canta, Prisoners ed Enemy. Tutti peraltro film per chi scrive bellissimi, a cui tuttavia mancava pur sempre qualcosina per volare altissimi (il primo è un po’ troppo concentrato sul meccanismo, il secondo un filo imbrigliato dalla produzione hollywoodiana, il terzo focalizzato sull’idea).

Però con il suo ultimo film Villeneuve dà l’impressione di voler prendersi finalmente il controllo di tutto: e questo controllo in Sicario c’è e si trasforma in sorprendente libertà creativa, alla faccia di chi parla di déjà vu. La storia l’abbiamo già vista decine di volte da Traffic in poi, ma sappiamo bene come funziona in questi casi. E il modo del regista di raccontare questa storia di cartelli della droga e FBI/CIA in missione per sconfiggerli al confine tra Messico e USA è francamente ammirevole.

Sembra pazzesco da dire, ma Villeneuve è riuscito a fare il suo film più ‘libero’ con la storia più stravista. Forse proprio perché, su un tessuto già ben ricamato altrove troppe volte, può giocare un filo di più. Con il canovaccio sperimenta e azzarda, aiutato da un asso come Roger Deakins, che qui riesce persino a superarsi e a raggiungere uno dei vertici della sua carriera. Guardate anche solo i colori della notte e i blu del crepuscolo…

Jóhann Jóhannsson invece, dopo la nomination all’Oscar per La Teoria del Tutto, cambia decisamente rotta e ci regala uno score da urlo, spaventoso, da far tremare le viscere. Con rombi alla Zimmer e atmosfere inquietanti, lavora sulle inquadrature con rara potenza. Così questo trio talentuosissimo finisce non per realizzare un ‘semplice’ film sui cartelli della droga, ma un vero e proprio film di guerra in cui si alternano scene espressive e momenti stilisticamente radicali. E il Messico non è mai stato così vicino all’Iraq.

Proprio per questo motivo sono saltati fuori i paragoni con il capolavoro della Bigelow, Zero Dark Thirty. La differenza sostanziale la fanno però i protagonisti. Vero che il personaggio principale, Kate (Emily Blunt, davvero in parte), è una donna come Maya, ma deve confrontarsi con due maschietti a cui è dato stesso tempo e spazio narrativo. Il punto di vista dello spettatore è il suo, e Kate brancola sempre più nel buio: la discesa nell’Inferno e nelle contraddizioni ambigue sarà pesantuccia da sopportare.

Siamo riusciti a recuperare anche Cemetery of Splendour, il nuovo film del thailandese Apichatpong Weerasethakul, Palma d’oro nel 2010 per Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti. Come sapete c’era stato un po’ di trambusto al momento dell’annuncio che il film sarebbe stato in Un Certain Regard e non in concorso. Concorso che, dopo aver visto il film, possiamo dire che si meritava davvero (poteva sostituire benissimo Van Sant, la Donzelli, Maïwenn…).

Una clinica temporanea costruita dentro una ex scuola della città di Kohn Kaen ospita alcuni soldati colpiti tutti da una misteriosa malattia del sonno. Dei tubi al neon colorati (un’idea visiva strabiliante) sono collegati ai loro corpi per aiutarli a restare in vita. Jen, che in quella scuola c’era stata come allieva, fa da volontaria per accudire uno dei soldati, Itt, che improvvisamente si sveglia dal coma. Mentre Keng, medium che riesce a comunicare con i soldati, fa da tramite tra loro – divisi tra la realtà e un altro mondo – e il mondo reale…

Il cinema di Joe – come si fa chiamare per non creare imabarazzo per il nome un po’ complicato – è fatto della stessa materia di cui sono fatti i sogni, dicono. Vero, certo: in questo caso si parla anche di gente in coma e di malattia del sonno, figurarsi. Però sono le fusioni del mondo che non vediamo e di quello reale che interessano al regista, perché è lì che avvengono le cose più interessanti.

Cemetery of Splendour è pieno di apparizioni e momenti ‘fantasmagorici’, ma non più del film precedente, anzi. Siamo sempre ancorati ad un luogo ben preciso con figure umane, anche se ci sono persone che dicono di essere reincarnazioni di dee. Niente scimmioni, per dire: il nuovo Weerasethakul è visivamente molto attaccato al reale a livello visivo. Un film da ripensare e ripensare, con scene di bellezza estreme, e con un momento in cui erotismo e ‘orrore’ si fondono.

Oggi non ce n’è per nessuno: è la giornata del nostro Paolo Sorrentino e del suo Youth – La Giovinezza, in uscita nelle sale italiane proprio oggi. Due anni fa il regista aveva presentato La Grande Bellezza ed era uscito a mani vuote, per poi andare incontro a un viaggio strepitoso. Ma è anche la giornata, almeno per la stampa, di The Assassin di Hou Hsiao-Hsien, uno dei titoli più attesi del concorso.

19 maggio: Inside Out scuote il Festival, oggi Sicario e Mountains May Depart

INSIDE OUT

A cura di Antonio Maria Abate

Siamo onesti. Ci aspettavamo che Inside Out potesse segnare il ritorno in grande della Pixar? Certo, sennò non l’avremmo inserito tra i più attesi di questo 2015. Ma in pochi potevano sinceramente prevedere quale ciclone stava ieri mattina per abbattersi sul Grand Théâtre Lumière. Più pubblico che stampa, quest’ultima impegnata in Sala Debussy con l’ultimo Weerasethakul – di cui peraltro si dice un gran bene; niente panico però, dato che noi Cemetery of Splendour lo recuperiamo oggi in giornata.

Ma passiamo in rassegna quel che è stato ieri, caldo torrido ed immancabile fila a parte. In mattinata è stato presentato La Loi du Marché, film francese che ha diviso, mentre ad avviso di chi scrive c’è un bel po’ da salvare. Chi vi dirà che è il miglior francese in Concorso fino ad ora non v’ha detto niente di che: a breve scrivo della Donzelli e tutto diverrà più chiaro. Dicevamo Brizé; il suo dipinto impietoso sulla vita di quest’uomo ordinario che più ordinario non si può per certi aspetti centra nel segno. Un ritratto a cavallo tra horror e realismo, che fa tanto più paura quanto è più vero o verosimile. Solo inquadrature strette, per un’opera divisa in due, che senza strafare ci dà la dimensione di cosa sia il mondo del lavoro oggi. E poi c’è Vincent Lindon, uno che la Palma per il miglior attore l’ha praticamente ipotecata.

Dopodiché il momento della svolta, non solo della giornata ma di tutto il Festival, ovvero la proiezione di Inside Out. Per il film Pixar abbiamo momentaneamente esaurito gli aggettivi, e per evitare di perseverare in stucchevolezze ulteriori, vi rimandiamo direttamente all’entusiasmata recensione. Qui faccio solo notare che questa Pixar non ha rivali, e che il film di Pete Docter tiene serenamente testa alle punte di diamante della scuderia. Forse pure qualcosa di più, ma è presto per dirlo; lasciamo che Inside Out faccia il proprio corso e si involi verso gli Oscar del prossimo anno.

Dalle stelle alle stalle, nel tardo pomeriggio è stato il turno di Valerié Donzelli col suo Marguerite et Julien (recensione). Film sconclusionato, alienante nell’accezione meno lusinghiera possibile. Si è soliti asserire che da una pessima sceneggiatura non potrà mai venire fuori un buon film, e questo non fa eccezioni. Non se ne coglie la ragione, il senso di andare a prendere una storia d’incesto a cavallo tra ‘500 e ‘600 e poi riscriverla in chiave moderna con licenze del tipo che il film, per costumi e scenografia, sembra ambientato in quei secoli, salvo poi essere presenti anche automobili ed elicotteri. Ma il problema vero sta altrove, in una storia la cui passione torbida dovrebbe da sola reggere uno sviluppo non interessante come pochi; ed in questo la sceneggiatura di Marguerite et Julien mostra tutti gli anni che ha, dato che a rifiutarsi di girarla fu addirittura Truffaut. Un film che arriva insomma fuori tempo massimo, ed in una veste francamente discutibile. Il peggiore in Concorso? Per chi scrive senz’altro.

Avviandoci verso la conclusione di questo nostro aggiornamento, vi illustriamo rapidamente il programma di oggi. Alle ore 8.30 uno dei film più attesi dal sottoscritto, ossia Sicario di Denis Villeneuve. In successione poi sarà il turno di Cemetery of Splendour di Apichatpong Weerasethakul e Mountains May Depart di JIA Zhang-Ke , secondo ed ultimo film in Concorso della giornata. Da notare che con oggi i film in Concorso visti saranno ben tredici; su diciotto. Eh insomma.

18 maggio: giro di boa del concorso, è il giorno di Inside Out della Pixar

Inside Out Pixar

A cura di Gabriele Capolino

Ieri, con le visioni di Mon Roi e alla sera di Louder Than Bombs, siamo arrivati a 9 film del concorso visionati. Oggi, con altre due aggiunte, saremo a 11 su 19. Giro di boia per i contendenti alla Palma d’oro, in un’annata con pochi consensi ‘umanimi’ (se mai esistesse l’unanimità). I titoli più apprezzati per ora mi paiono essere Carol, Son of Saul e Mia Madre. Sono al momento anche i miei titoli preferiti.

Di Louder Than Bombs ho parlato nella mia recensione in anteprima. Sappiate anche che il film ha molto diviso la critica, e non se l’aspettava nessuno. A naso avevo previsto avrebbe vinto la Palma: inizio a dubitarne. Qualche riga invece su Mon Roi (recensione), primo film della nutrita pattuglia francese a scendere in concorso. All’inizio mi stava pure piacendo: mi piaceva l’energia che la regista ci mette nel raccontare questa storia d’amore tormentata, dolce, dura.

Ho trovato che nel rapporto tra Emmanuelle Berco e Vincent Cassel – un clown perfetto, e non solo – ci fossero momenti di verità e complicità. Poi iniziano a complicarsi le cose nella relazione, dopo l’arrivo di un bambino e il tentato suicidio di una vecchia fiamma di lui, e il film si complica a sua volta. A quei bei momenti di verità se ne aggiungono altri francesissimi e finti (la scena di lei isterica a tavola); all’energia dell’inizio si sostituisce una ripetitività che nuoce gravemente al risultato finale. E si finisce con l’amaro in bocca: poteva essere un film assai migliore.

Incommentabile per quel che mi riguarda, nella Quinzaine, il film di Jaco Van Dormael, ovvero The Brand New Testament (recensione). Il lungo e caloroso applauso della platea alla fine della proiezione conferma l’idea che ho avuto sin da subito: è un crowdpleaser. Solo che è immaturo, bambinesco, fragilissimo.

In teoria si tratta di una satira religiosa, una rilettura in cui Dio (sìsì: Lui) è un uomo e vive a Bruxelles, la prima cosa che ha creato. Ha una moglie e, attenzione!, una figlioletta. La quale, vedendo i comportamenti poco ‘cristiani’ del padre, decide di ribellarsi e cambiare il mondo. All’inizio combina un bel caos, poi parte alla ricerca di 6 apostoli. Qualche battutina, qualche gag, tutto molto sciocco e ripetitivo. Francamente insopportabile.

Le cose non vanno meglio in Un Certain Regard, dove Journey to the Shore delude pesantemente le aspettative. Ma che sta succedendo a Kiyoshi Kurosawa? Dopo Real questo è un altro filmaccio che non ê degno della sua carriera. C’è una donna ‘abbandonata’ dal marito da tre anni: ma l’uomo torna sotto ‘forma’ di fantasma (ma lo vedono tutti), visto che è morto annegato. Poi si capisce anche come torna.

Passi la scelta di girare il tutto nel modo più limpido e pulito possibile (leggi alla voce: piattezza disarmante). Passi che la storia non può non farti pensare anche solo un momentino a Ghost e già ti vanno gli occhi in su. Ma qui non c’è praticamente un’idea degna, un’immagine che meriti, un momento emozionante. E con i suoi 130 minuti non finisce proprio mai. Forse Kiyoshi dovrebbe tornare all’horror…

Menzione speciale per un film visto sempre alla Quinzaine, Green Room. Si tratta dell’opera seconda di Jeremy Saluner, regista indie americano che due anni fa aveva presentato sempre alla Quinzaine il suo ottimo Blue Ruin. Con Green Room si butta a capofitto dentro al ‘cinema di mezzanotte’: vi basti sapere che è una caccia carpenteriana tra gatto e topo, in questo caso… rocker e nazisti. Zero pscologie, tanto sangue, momenti spassosi e molto divertimento.

La giornata di oggi schiera un altro film francese in concorso (La Loi du Marché di Stéphane Brizé), e un altro la sera per la stampa, ancora un francese: Marguerite et Julien di Valérie Donzelli. Ed è anche il giorno dell’attesissimo Inside Out, il nuovo film della Pixar. Che speriamo sia ai livelli di Wall-e e Up, più che di Cars 2

17 maggio: Carol conquista tutti e si candida seriamente per la Palma d’Oro

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A cura di Antonio Maria Abate

Avete presente quando tutti intorno a voi (TUTTI) sembrano essere dalla parte giusta ed invece voi non riuscite a fare a meno di stare dalla parte sbagliata sebbene non sia affatto quella l’intenzione? È un po’ ciò che sta sperimentando chi scrive da dopo la proiezione di Carol. Per la cronaca, il film di Todd Haynes è stato accolto come pochi film vengono accolti ad un qualunque Festival: capolavoro, masterpiece, perfetto da qualunque prospettiva lo si osservi. Ed effettivamente non è facile fare a meno di riconoscere quanto sotto certi aspetti, specie in termini di “ricostruzione”, il film di Haynes sia un lavoro di livello alto. Eppure più ne leggo più mi accorgo che se il film non fa breccia in corso d’opera, poco può fare anche il più eloquente dei critici per “mostrarti la via”.

Ci sono momenti in Carol che ho trovato meravigliosi, come il passaggio in cui la protagonista (Cate Blanchett) conclude un discorso sensato come pochi con una frase semplicissima «non siamo delle persone orribili». Trattenendo un crollo che è lì a due passi, salvo poi ricomporsi come una signora che conosce la vita e sa come si sta al mondo. O quel «I love you» che lascia sospeso per tutto il film salvo poi rilasciarlo come una bomba che deflagra lasciando il vuoto intorno. Bisogna vederlo Carol per capire a che cosa mi riferisco, ma sta di fatto che il discorso va pure oltre. La liaison tra una giovane ragazza con le idee ancora confuse (Rooney Mara) ed una donna matura e gonfia di esperienza (la Blanchett) non si ferma al particolare della coppia, ma parte da lì per allargarsi ad un discorso ben più ampio. La cura per la summenzionata ricostruzione di un’epoca, gli anni ’50, è di per sé chiara: questa storia è accaduta in quel periodo, a quelle condizioni, ed in nessun altro momento.

Perché raccontarla ora allora? E in questo modo? Perché, come suggerisce il nostro Gabriele, oggi è possibile farlo. Perché di mezzo c’è una storia che, intra ed extra cinema, ha posto le basi per cui si può (e forse si deve) fare i conti con i lati meno noti se non addirittura sconosciuti di quel periodo. Haynes sa il fatto suo e fa la cosa più difficile, ovvero restare semplice. Carol è un film venuto da un’altra epoca, quasi che il regista volesse dirci che così sarebbe stato girato se a quel tempo ce ne fosse stata l’occasione. Pallino che Haynes manifestò già in Far from Heaven, il cui rimando al cinema di Douglas Sirk è oramai storia. Eppure qualcosa al sottoscritto continua a sfuggire. Tanta bravura, ottima padronanza del mezzo nel far convergere certi ragionamenti nient’affatto immediati ma poi… nulla da fare, Carol ci ha messo un po’ per entrare in testa e lì si è fermato. Laddove tanti altri se ne ritrovano attraversati in lungo e in largo, passando pure per il cuore e lo stomaco.

Più a mio agio mi trovo a discutere invece degli altri due film visti ieri («solo tre?» direte voi. Ma per assistere a questi tre abbiamo speso il resto del tempo a fare fila e nient’altro. Cannes.): tutti e due francesi, uno piccolo e caloroso, l’altro un fiume in piena. Il primo è L’Ombre des femmes di Philippe Garrel, che ancora una volta si sofferma sulle intricate e non di rado irragionevoli dinamiche della vita di coppia. Senza costruzioni di sorta, lavorando sulla quotidianità, sui pensieri che i due partner si tacciono ma che poi sono quelli che spingono ciascuno di loro ad imboccare una strada anziché l’altra. A me un Garrel così piace senza riserve, come successo nell’altrettanto grazioso La jalousie, presentato a Venezia due edizioni fa.

Il secondo è il quello di Arnaud Desplechin, My Golden Days. Film dove c’è di tutto e nei posti che non ti aspetti. Paul torna in Francia dopo anni di assenza, ma all’aeroporto viene fermato perché risulta morto. Chi è costui allora? Mistero che è un pretesto per raccontare qualcos’altro, ovvero la nostalgia di quegli anni volati troppo in fretta, che non si è goduti a pieno per scelta deliberata. Il giovane Paul è un ragazzo ambizioso, brillante, che perciò decide di giocarsi le proprie carte a Parigi, pur vivendo quasi da clochard. Quando però torna a Roubaix per il fine settimana, dove ha trascorso l’infanzia, il suo mondo viene sistematicamente sconvolto. Quei pochi giorni di permanenza rinfacciano ben altro a Paul: lì c’è la sua famiglia, giusta o sbagliata che sia, ma soprattutto la sua ragazza, che lo ama disperatamente come una solo una ragazzina può fare. Ci sono i suoi amici, c’è il suo mondo; tutte cose che gli appartengono quintessenzialmente insomma. Finché, dopo la laurea, un incarico di lavoro all’estero non lo tiene lontano per troppo tempo. È il definitivo distacco.

Desplechin ci fa avvertire tutto, dall’odore unto e insopportabile delle sigarette a quello di una stanza dopo il sesso incosciente di due giovani che si scambiano sguardi dolci, tanto incolpevoli quanto inconsapevoli. Riprendendo misure tipiche di certo cinema francese di quello duro e puro, come i monologhi interiori, l’incomunicabilità, un malcelato malessere etc. Ma al tempo stesso riesce ad essere leggero senza divenire superficiale, strappando un sorriso per cose semplici, come può essere una scazzottata. Una Quinzaine di livello, diciamolo pure.

Il menù di oggi prevede due film in Concorso, uno in Un Certain Regard ed uno in Quinzaine. Si parte di mattina presto con Mon Roi di Maiwenn, durante la giornata tocca al secondo film in Concorso di questa domenica, Louder than Bombs di Joachim Trier, a Kiyoshi Kurosawa con il suo Kishibe no Tabi, e a The Brand New Testament di Jaco Van Dormael. Questo il programma. Per il resoconto della giornata vi rinviamo al prossimo aggiornamento.

16 maggio: fischi sentiti per Gus Van Sant, oggi tocca a Moretti ed Haynes

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A cura di Antonio Maria Abate

Incredibile in Sala Debussy. La proiezione di The Sea of Trees (recensione) è appena terminata. Schermo nero. Fischi e buuu appassionati. Per carità, qualche sapientone che andava spalando letame sull’ultimo film di Gus Van Sant prima del tempo magari c’era, ma anche lui/lei si è guardato/a bene dall’esporsi. Siamo convinti che tra quei fischi i più fragorosi appartenevano a questa indeterminata persona. Film che a un certo punto abbiamo definito “dalle coincidenze forzate”; basta il twist nella seconda metà a far crollare tutto, con un finale che scava tra le macerie. Van Sant punta sulla spiritualità ma si perde male strada facendo, non trovando in nessun caso la poesia alla quale eppure sembra aspirare, nonché banalizzando sorprendentemente dei temi che getta nella mischia con una superficialità disarmante. In più si porta avanti a fatica, con quei continui flashback alternati di per sé pericolosi… figurarsi nell’economia di un’opera per niente riuscita.

E la prima, cocente delusione del Festival arriva dunque da colui che non t’aspetti, in un Concorso che aveva ingranato la quarta tra Il racconto dei racconti (recensione), Son of Saul (recensione) e The Lobster (recensione). Proprio il film di Yorgos Lanthimos è quello che ha aperto la giornata di ieri, alle 8.30 in al Grand Théâtre Lumière. Ci si aspettava un film sopra le righe, atipico, ma quello del regista greco è proprio un insieme di trovate assurde che funzionano quasi tutte e tutte insieme. Risate agrodolci, mentre assistiamo a questa vittima dei nostri giorni che tenta spericolatamente di restare a galla in un fiume dalle correnti alternate. Si parla di amore, e ripensandoci anche di sopravvivenza: tutto ciò che riguarda la schizofrenia dell’epoca che stiamo vivendo in merito a tematiche che coinvolgono il vivere da soli e con gli altri, ebbene, quello a The Lobster interessa. Non solo, a riguardo ha pure da dire qualcosa d’intelligente.

Dopodiché tocca a Woody Allen con il suo Irrational Man (recensione). Difficile dirne male, ma anche per sperticarsi in elogi ce ne vuole. La prima parte è l’Allen cervellotico, che bastona mal di vivere e filosofia insieme; la seconda, con un innesto importante nella storia, il registro cambia ed il film tira fuori la testa e pure gli arti. Phoenix e Stone sono una coppia che piace e a ragione, ed infatti nel segmento più cupo e più riuscito del film si comportano in modo ineccepibile. Tuttavia è pur sempre il Woody Allen che fa film come per riflesso incondizionato, il che è un complimento e un limite al tempo stesso. Dialoghi geometrici, tempi esatti… sì ok, ma Blue Jasmine rimane una meravigliosa parentesi, sebbene rispetto a Magic in the Moonlight si sia su un gradino più alto.

Per chiudere abbiamo trovato spazio anche per The Shameless, il secondo film in Un Certain Regard che il sottoscritto ha visto sino ad ora. Storia di un detective che s’innamora della donna del criminale che sta braccando, ma che pare non finire mai. Da action-thriller a love story e ritorno, è nelle piccole cose che si nota quanto il film coreano tenda più a scimmiottare che altro: il tizio che s’accende la sigaretta dopo essere stato colpito a morte, certi atteggiamenti malandrini. Certo, la traccia è un evergreen, ma a questo punto, dato che non è difficile affatto immaginare dove andrà a parare, sarebbe stato utile lavorare un po’ meglio su tutti quei passaggi allungati che mettono alla prova.

Oggi è il turno del secondo italiano in Concorso, ovvero Nanni Moretti con Mia madre (recensione). Come per Garrone, anche di lui abbiamo avuto modo di parlare con un anticipo addirittura più largo. Ma il vero evento della giornata, non ce ne voglia il regista romano, è Carol di Todd Haynes. In Debussy. Alle 19. Scelta che, alla luce di quanto accaduto con Van Sant, comincia a fare un po’ di paura. Ma non ci si vuole credere a certe cose, perciò lasciamo che l’attesa per Carol cresca di ora in ora, anche perché il suo è probabilmente lo slot più ambito di tutto il Festival lato stampa.

15 maggio: Son of Saul è da premio, è il giorno di Irrational Man di Woody Allen

Irrational ManA cura di Gabriele Capolino

E la prima sorpresa del Festival di Cannes 2015 arrivò alla seconda giornata. In realtà il film avrà la sua premiere ufficiale oggi pomeriggio, ma la stampa l’ha già potuto vedere ieri, apprezzandolo non poco. Parliamo del potentissimo Son of Saul, opera prima dell’ungherese László Nemes, l’unico debutto in corsa per la Palma d’oro.

E Son of Saul ha già in tasca almeno un premio: se non sarà Palma per il film (troppo presto per dirlo: siamo a 3 film su 19), potrebbe essere Palma per la regia – e Camera d’or per l’opera prima -. Sarebbe meritatissimo. Che questo sia un debutto quasi non ci si crede, visto il controllo del mezzo del regista, e vista pure l’originalità che va oltre il ‘documentarismo’ e il pedinamento alla Dardenne, principali caratteristiche del suo stile.

Nemes ci prende e ci scaraventa direttamente in un campo di concentramento, e ci fa vivere un’esperienza che non vorremmo effettivamente mai vivere sulla nostra pelle. Avete mai visto un thriller pieno zeppo di azione ambientato durante l’Olocausto? Eccolo qui, con tanto di unità di luogo, tempo e azione a far crescere una tensione incredibile.

Storia di un prigioniero che prova in tutti i modi a nascondere il corpo del figlio per non essere costretto a bruciarlo e poi dargli degna sepoltura, Son of Saul è perennemente attaccato al suo protagonista. Il direttore della fotografia (in 4:3 e 35mm!) Mátyás Erdély fa miracoli soprattutto nell’uso della (non) profondità di campo, vietandoci di mettere a fuoco contorno, ambentazioni e spesso personaggi secondari.

In questa confusione ci si mette poi il sound design, di una potenza e un’importanza strabilianti, ad accrescere la claustrofobia. In Son of Saul c’è l’Inferno: e l’Inferno non può che essere un casino spaventoso in cui spesso ci si perde. Sta anche in questo perdersi il senso del film: tanto si resta sempre col fiato sospeso e la paura del pericolo incombente, anche quando non si sa esattamente cosa stia succedendo. Forse perché, un po’ come il protagonista, iniziamo a dare di matto.

Deludente invece Our Little Sister di Hirokazu Kore-eda (qui la recensione), il secondo film in concorso di ieri. A qualcuno è piaciuto molto, anche più di Father and Son: non riesco a capacitarmene. Il regista ha classe e tocco gentile, sa raccontare i dettagli quotidiani e sa evitare retorica e patetismi: ma quanto è meno coinvolgente degli altri questo suo lavoro, e quanto è lungo.

Pazzesco invece, fuori concorso, Mad Max: Fury Road (qui la recensione), che conferma la Warner Bros. come indiscussa leader nel campo dei blockbuster d’autore. Non si sa come George Miller sia riuscito a ritornare a fare action in questo modo, a 30 anni di distanza proprio dal suo ultimo Mad Max. Ma il risultato è qualcosa di entusiasmante, furioso, animalesco, feroce. Con gli ultimi 30 minuti più spettacolari e avvicenti dell’ultimo periodo. Siete già corsi a vederlo ieri, vero?

Menzione decisamente negativa invece per An, il film di Naomi Kawase che ha aperto l’Un Certain Regard. Il suo film è l’ennesima conferma, dopo Still the Water (in concorso l’anno scorso: e c’è un motivo se questo manco è in corsa per la Palma…), di uno stile che si è davvero fatto maniera. Poesia e metafore all’orientale per un pubblico occidentale e dalla lacrima facile. Peccato che la Kawase, con questa storia di dolci, lebbra e ricordi, trovi soprattutto molta noia e una parte finale che è un ricatto emotivo costante.

Oggi è la giornata di uno dei film più attesi del concorso: The Lobster di Yorgos Lanthimos, il folle regista gresco di Kynodontas e Alps. È anche il giorno, fuori concorso, di Irrational Man, il nuovo film di Woody Allen con Joaquin Phoenix ed Emma Stone, ormai la sua nuova musa. E la stampa potrà anche vedere in serata un altro titolo in corsa per la Palma: The Sea of Trees di Gus Van Sant. Per chi scrive davvero una delle pellicole più attese dell’anno…

14 maggio: Mad Max Fury Road scalda il festival, inizia il concorso

Mad Max Fury RoadA cura di Gabriele Capolino

Non è stata una gran partenza, quella del Festival di Cannes 2015. Il film d’apertura, La Tête haute, il primo diretto da una donna ad aprire la rassegna da molti anni a questa parte (Emmanuelle Bercot: la vedremo come attrice nel film in concorso di Maïwenn, Mon Roi), ha diviso la stampa. È molto più dignitoso di Grace di Monaco, per chi si accontenta, ma sulla Croisette la stampa non è facile da trattare. Per chi scrive non è affatto un brutto film: troppo simile a roba già vista, assai familiare, non privo di difetti e cliché del caso (è un coming-of-age di un ragazzino alle prese con madre instabile e centri sociali).

Però la narrazione mi pare francamente molto onesta, e più va avanti più la Bercot sa bene come dare personalità ai suoi personaggi. La aiuta il cast, che è eccellente: ma anche saper scegliere gli attori e saperli dirigere è una qualità che spesso la critica si dimentica. Qui non spicca soltanto la solita gigantesca Catherine Deneuve, ma ritroviamo in forma anche Benoît Magimel. La rivelazione è il giovanissimo attore protagonista, Rod Paradot: per ruolo e somiglianza fisica è stato paragonato al Antoine Olivier Pilon di Mommy. E poi è un film che crede nel sistema e nella nuova possibilità: almeno un punto di vista differente rispetto a un tema notissimo c’è. Nonostante tutto, niente applausi alla fine della proiezione stampa, qualche accanito detrattore, e giudizi sommessi.

Il problema vero è stata semmai l’organizzazione di questa prima giornata di festival, di solito – in tutte le rassegne cinematografiche del mondo – la più tranquilla e pacata. Invece, per almeno metà abbondante della stampa, si è trasformata in un incubo. Umimachi Diary di Kore-eda, in concorso domani, è stato messo in proiezione stampa ieri per ben due volte. Ottimo, direte voi: peccato fosse entrambe le volte nella sala più piccola del Palais, la Salle Bazin, di circa 300 posti. Su non-so-quanti-mila accreditati, quindi, l’hanno visto in 600: tutti potenti, tutti col celebre badge rosa.

Per tutti i blu, per tutti i gialli (e, nota bene, persino qualche rosa) nulla da fare. Bisogna recuperare oggi durante il gala ufficiale delle 16:00, scatenando così una reazione a catena nel proprio programma che potrebbe avere effetti sgradevoli (spostamenti di proiezioni, film in concorso recuperati due giorni dopo, e via dicendo). Si poteva benissimo mettere la proiezione stampa del film di Kore-eda nella Salle Debussy da 1300 posti, quella dove abbiamo visto il film d’apertura e poi la sera Il Racconto dei Racconti di Garrone: ma chi ha fatto la programmazione delle proiezioni stampa o non c’ha pensato o ha preso un clamoroso abbaglio, lasciando proprio la Debussy inutilmente vuota per circa 8 ore. Mah.

Due righe sul film di Garrone, che ha ricevuto pochi applausi in proiezione stampa. Non se ne capisce il motivo, visto che le reazioni della stampa sono molto simili a quelle avute due anni fa da La Grande Bellezza: i francesi pare l’abbiano odiato, gli anglofoni lo amano. Il Racconto dei Racconti è per chi scrive un bellissimo film, un’opera stramba, unica come l’incontro tra il Pasolini della ‘Trilogia della Vita’ e Game of Thrones. Un ritorno ai ‘racconti morali’ un po’ naïve, che ribadisce l’assoluta centralità della ‘fiaba’ come matrice di ogni storia e, in fin dei conti, del mondo in cui viviamo. Del Toro, in giuria, potrebbe impazzire.

Oggi è il turno proprio di Kore-eda e Garrone, primi due titoli in corsa per la Palma d’oro. An di Naomi Kawase apre l’Un Certain Regard, mentre L’Ombre des femmes di Garrel apre la Quinzaine. Ma è anche il gran giorno di Mad Max: Fury Road, in proiezione stampa questa mattina alle 08:30 e in uscita in mezzo mondo proprio oggi, Italia compresa. Non si poteva sperare in un titolo più adrenalinico per dimenticare l’amara e frustrante disorganizzazione di una giornata ‘numero 1’ che lascia perplessi chiunque abbia frequentato almeno una volta nella vita un qualsiasi festival cinematografico.

13 maggio: Blogo approda alla Croisette

la_tete_hauteA cura di Antonio Maria Abate

Tanto caldo. È questa l’impressione immediata non appena scesi dal treno e messo piede nella stazione di Gare de Cannes. Tocca correre perché la tratta Milano-Nice Ville dà problemi ed ogni fermata diventa un pretesto per accumulare ritardo. Di corsa al Palais per ritiro badge, seguono procedure di approdo tipiche di queste occasioni.

Insomma, non è ancora tempo di Festival, con la Croisette che comincia appena a riempirsi, cavi che fuoriescono da ogni dove, transenne appena pitturate con relativo avviso di non appoggiarsi; insomma, ci siamo quasi. Ed infatti si parte con il film d’apertura che ha spiazzato un po’ tutti, quel La Tête haute di Emmanuelle Bercot che per così dire rompe la tradizione che voleva film più blasonati ad aprire le danze – l’anno scorso toccò al più che dimenticabile Grace di Monaco per esempio.

Ma oggi, pronti via, c’è pure il Concorso. È infatti Unimachi Diary di Hirokazu Kore-eda il primo dei film in lizza per la Palma d’Oro, con le sue due proiezioni in Sala Bazin (dunque ressa). Il regista giapponese torna a distanza di appena due anni da Father and Son, anch’esso in Concorso e vincitore del Premio della Giuria. Una prima giornata che riserverebbe pure Il racconto dei racconti, di cui però abbiamo già parlato e nei toni che sapete.

Quinzaine e Semaine partono domani, lasciando perciò alquanto scarna una giornata che per il sottoscritto significa due film. Perciò su che altro scrivere? Beh, perché non cimentarsi nello stilare un palmares al buio? Ci abbiamo provato e quanto segue è quello che è venuto fuori.

Antonio

Palma d’Oro al miglior film: Louder than Bombs
Grand Prix Speciale della Giuria: The Assassin
Prix d’interprétation féminine (migliore attrice): Margherita Buy – Mia Madre
Prix d’interprétation masculine (miglior attore): Vincent Lindon – La Loi du Marché
Prix de la mise en scène (miglior regista): Yorgos Lanthimos – The Lobster
Prix du scénario (miglior sceneggiatore): Marguerite et Julien
Premio della giuria: Sicario

Gabriele

Palma d’Oro al miglior film: Louder than Bombs
Grand Prix Speciale della Giuria: The Assassin
Prix d’interprétation féminine (migliore attrice): Margherita Buy – Mia Madre
Prix d’interprétation masculine (miglior attore): Antonythasan Jesuthasan – Dheepan
Prix de la mise en scène (miglior regista): Denis Villeneuve – Sicario
Prix du scénario (miglior sceneggiatore): Marguerite et Julien
Premio della giuria: Saul Fia / Mountains May Depart

State comodi perciò e continuate a seguirci. D’ora in avanti, sino proprio all’ultimo istante, noi di Blogo saremo qui per raccontarvi attraverso questo diario, nonché recensioni e commenti, questa sessantottesima edizione del Festival di Cannes.

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