Venezia 2014: voti, considerazioni e commenti finali

Facciamo un rapido punto della situazione circa quel che è stato in questa 71. Mostra del Cinema di Venezia, tra tematiche comuni, film e considerazioni su un Festival la cui tenuta comporta una sfida di anno in anno più ardua

Un’altra Mostra è andata. Una di quelle che ha fatto discutere, anche se spesso non per i giusti motivi: tabellone scialbo, mancanza di nomi, scarsa affluenza, clima funesto etc. Sì, ad un certo punto sembrava che troppi aspetti cospirassero ai danni del Festival, pure il meteo. Noi che l’abbiamo vissuto, però, e dal primo all’ultimo secondo, abbiamo avuto un’altra percezione. Nonostante l’appiccicoso clima da ultima spiaggia che abbiamo avvertito sulla pelle, soprattutto gli ultimi giorni, c’è stato un altro Festival, che per noi è quello vero, palpabile ma a quanto pare sfuggente, dato che tanti sono stati i pareri che a nostro avviso sono rimasti alla superficie. E questa cosa è il cinema.

Tanto, smodato, importante anche quando è dovuto passare da un fiasco. Perché signori, chiunque vi dicesse che la 71. Mostra del Cinema di Venezia abbia rappresentato una tappa tutto sommato trascurabile dell’annata festivaliera, ci sarebbe quasi da consigliargli di tornare a rintanarsi nelle sale da cineforum post-proiezione, quelli à la Fantozzi, dove l’intruso di turno esclama la storica frase senza magari riscuotere gli stessi applausi del ragioniere. O sennò c’è sempre l’ippica. Non è un caso, infatti, se partiamo dalla fine, giusto per dare il là al nostro pezzo con un breve accenno di cronaca.

Sala stampa. Desplat si accinge ad annunciare il Leone d’Oro. Vince Andersson. Ecco che partono dei fischi (comunque pochissimi), che quasi ci distraggono dai nostri applausi, per quanto contenuti, giusto un gesto d’approvazione. E dire che in questi giorni si erano avvicendati diversi nomi; per dire, fino all’altro ieri il Leone era di Oppenheimer e nessuno poteva convincere gli ospiti del Lido del contrario. Un esito che non sarebbe stato scandaloso, ci mancherebbe, ma poche volte come quest’anno è capitato di assistere ad una proiezione ed essere grossomodo convinti di stare vedendo il film che alla fine trionferà su tutti. Ebbene, con A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence è accaduto proprio questo. Un’opera maestosa, alla quale altrove ci siamo riferiti in questi termini: «la trasversale assurdità della vita in 39 quadri da Leone d’Oro».

Insomma, ha vinto il migliore. Un film di zombie travestito da farsa grottesca che si atteggia a lavoro d’autore, riuscendo in tutte e le tre le cose benissimo. Ma che soprattutto condensa quello che è stato il filo conduttore del cartellone di questa Mostra, ovvero la solitudine, declinata nei modi più disparati. Vediamo come.

Se nel film di Andersson è opportuno parlare di solitudini, al plurale, qualcosa del genere si potrebbe dire di uno degli altri pezzi di cinema più potenti di questo Festival, ovvero Nobi (Fires on the Plain) di Shinya Tsukamoto. Tragico, crudo, avvolgente, un film che ragiona sulla guerra come solo i migliori film di guerra hanno fatto, da Orizzonti di Gloria in giù, ossia capendo che non c’è modo migliore di trasmetterci la complessità di questo fenomeno così eminentemente umano partendo proprio da lui, ossia l’uomo. Nobi lo si vive come affacciati su un baratro, costantemente. Tsukamoto non s’inventa alcunché, non sperimenta tecniche particolari, eppure riesce a far sperimentare a noi che vi assistiamo la disperazione mista a follia di un ambiente infernale, giusto per dar ragione delle fiamme di cui al titolo.

Solitudine è anche quella esperita dai due protagonisti di Hungry Hearts, forse un po’ troppo generosamente insigniti entrambi della Coppa Volpi (una era doverosa, e andava alla Rohrwacher, ma bastava così). Una storia d’amore a marce forzate, frutto di una relazione che non ha il tempo di maturare, proprio perché i due che ne sono coinvolti non hanno avuto il tempo di testarle, le rispettive solitudini. Non a caso basta un terzo elemento, il bambino, per accampare diritti ciascuno sull’altro, ritenendo il neonato una sorta di pertinenza della propria persona. Costanzo, che qui è bravo, riesce a trasmettere il tutto senza prendere posizione, lasciando che sia lo spettatore a farlo, sempre e comunque costretto a ricorrere all’esperienza personale, dato che le vicende non ci forniscono abbastanza elementi per schierarsi nettamente. Qualcosa di analogo accade ai personaggi di 3 Coeurs, film che al di là dei giudizi di merito, ci parla proprio delle troppe sfaccettature circa le pulsioni amorose, che sono altro rispetto rispetto a quella sessuale – anche se forse, ci dice Beauvois, il feedback che s’innesca tra le due sfere non di rado è reciproco.

Birdman e Manglehorn, due dei tre americani in Concorso, si focalizzano invece su un tipo di solitudine che deve essere superata, rappresentando non a caso due diverse risalite. Relativamente al primo basterebbe il titolo, che tradotto sarebbe L’uomo-uccello; infatti la fatica di Riggan (Michael Keaton) per tutto il film sta nel riappropriarsi di quelle ali su cui un tempo poteva contare grazie alla maschera che indossava. Il sottotesto è genuinamente sarcastico, perché di primo acchito verrebbe da credere che le ali in questione implichino un volo che è metafora del ritorno al successo, quello effimero di un attore hollywoodiano. Tuttavia c’è altro, e come se fosse una fiaba contemporanea, le vicissitudini dell’uomo-uccello sono un concentrato di esperienze negative, contraddittorie nonché talvolta misteriose al fine di concretizzare l’ascesa del protagonista, al di là delle aspettative. Ed il finale sta lì a suggerirci qualcosa del genere. Quanto all’Angelo Manglehorn del film omonimo, anche qui si parla di solitudini destinate a risolversi. Senza forzare più di tanto la metafora, Manglehorn è un fabbro di chiavi, che nel corso della sua vita è riuscito ad aprire tutte le porte fuorché quella giusta («mi aspettavo che le cose sarebbero andate diversamente», dice Angelo nel film). Finché non ci riesce, letteralmente.

E visto che si è parlato di Birdman e poi di un film con Al Pacino, come non citare The Humbling? Anche lì, la solitudine diviene musa ispiratrice incarnata nel volto di un personaggio immaginario, a cavallo tra follia e realtà; con in più la traccia inerente alla necessità di creare al fine di riemergere, per quella che è una parabola amara ma dolce al tempo stesso. Insomma, in rassegna potremmo passarne molti altri, ciascuno dei quali ci sottopone tale stato d’animo o condizione che sia in modo diverso. Perché non sempre la solitudine è male, anzi, così come ci mostra Konchalovski nel suo The Postman’s White Nights, il cui protagonista vive una dimensione aliena alle nostre, e che alla luce di quanto si osserva è pressoché inutile immaginare estrapolato da quel contesto. Connotazione positiva, volendo, la dà pure Niccol nel suo ahinoi modesto Good Kill: qui il maggiore Thomas Egan è proprio tornando in sé che riacquista la lucidità perduta, ecco perché il rischio di perdere la propria famiglia lo conduce verso quello step definitivo che gli consentirà di prendere una scelta altrettanto irrevocabile.

Ecco, mi pare che grossomodo abbia dato un’idea. Anche perché uno spazio, seppur breve rispetto ai meriti, intendo riservarlo a quelle selezioni collaterali tanto spesso in ombra, schiacciate da Concorso e Fuori Concorso. Non solo Orizzonti, che ha sfornato uno dei film più pazzi di questo Festival, ovvero Reality di Quentin Dupieux, così come l’intraprendente Belluscone. Una storia siciliana di Maresco, ritratto dissacrante di un ambiente difficile. Ma in più anche Hill of Freedom di Hong Sang-soo e volendo One on One di Kim Ki-duk.

ITALY-CINEMA-FESTIVAL-MOSTRA-CLOSING

E se interessanti si sono rivelate le Giornate degli Autori, a stupire è stata la selezione della Settimana della Critica. In particolare per tre titoli che vi consigliamo caldamente di tenere d’occhio, ovvero Melbourne dell’iraniano Nima Javidi, Zerrumpelt Herz (Cuore frantumato) del tedesco Timm Kröger e Nicije dete (Figlio di nessuno) del serbo Vuk Ršumovic. Titoli diversi ma tutti interessanti, che nella loro eterogeneità rivelano un’encomiabile tensione verso un cinema che sappia toccare le giuste corde, e che ci informano dell’esistenza di registi da seguire già dal prossimo lavoro.

Una Mostra che ha cercato dunque di parlare a più gente possibile, chiedendo solo di essere ascoltata. Al di là della retorica, ci sembra uno sforzo doveroso nei riguardi di un evento palesemente sempre più ridimensionato; perché è vero, l’edizione 2014 è sembrato un raduno per pochi intimi, con un’affluenza nient’affatto “da Venezia”. In più ci sarà da valutare il trattamento riservato alle produzioni americane, malamente snobbate da una Giuria che ha preferito optare per scelte francamente discutibili. Senza nulla togliere alla necessità di opere come Sivas e Ghesseha (pur nei loro limiti congeniti), ci meraviglia che due opere di questo tipo riescano a spuntarla pure laddove, nelle rispettive categorie, avrebbero di gran lunga meritato altre opere. In particolare l’Osella al film dell’iraniana Rakhshan Banietemad ci è parsa una forzatura evitabile, visto che la regista una sceneggiatura nemmeno l’aveva all’inizio delle riprese, così come dichiara lei stessa in un’intervista riportata sulla cartella stampa del film. Dell’attore abbiamo già detto, e sebbene la Coppa Volpi alla Rohrwacher per noi sia sacrosanta, il bravo Driver ne avrebbe potuto fare a meno. Ma ancora di più ne avrebbe potuto fare a meno il Palmares, che a questo punto avrebbe assunto tutt’altro spessore con un Michael Keaton in più anziché di troppo. Troppi condizionali, è vero. E malgrado non siano evidentemente problemi nostri, ci chiediamo come farà la Mostra il prossimo anno ad attirare gli americani, che già quest’anno hanno mostrato una palese insofferenza verso una manifestazione che avvertono sempre più distante. Ed è un grosso peccato, visto anche che l’anno scorso il percorso del vero vincitore agli ultimi Oscar, Gravity, partì proprio dal Lido.

Alla fine, stringi stringi, tocca però sempre esporsi. E allora ci esponiamo, dichiarando di aver partecipato ad una Mostra certamente imperfetta ma coraggiosa, stimolante e per questo accattivante come poche. Sì, è mancato il titolo che incide sugli equilibri, presentando a conti fatti tanti buoni film, alcuni ottimi, ma pressoché nessuna eccellenza, salvo il Leone d’Oro, che qui da noi abbiamo amato sin da subito. I rischi erano troppi, ma nessuna storia ha inizio dal nulla, e si sa che l’impresa della Mostra del Cinema ultimamente va facendosi sempre più ardua. Le responsabilità? Certamente ci sono, ma non sta a noi stabilirne i termini né puntare il dito; un po’ perché certe cose non ci infiammano più di tanto, un po’ perché troppe sono le tessere del mosaico che ci vengono a mancare. Qualche intervento va senza dubbio operato, che sia a togliere, a modificare o ad aggiungere. Perché al di là delle campane a morto, suonate ben prima dell’eventuale dipartita, Venezia ha bisogno di attrarre sempre più gente, e non soltanto per la storia che grava sulle sue spalle. Per certe cose non c’è tempo. Ora che i giochi sono fatti, si torna a lavorare. Come e più di prima. Ciao, Venezia. Arrivederci.

Concorso

3 COEURS – 3 (le tresche al tempo dei controlli fiscali, sulle note de Lo squalo. Comici madre e sindaco.)
99 HOMES – 8 (primo lampo del Concorso. Struggente rappresentazione di ciò che non sta andando negli USA. Ma non solo.)
ANIME NERE – 7 (che è un noir è stato detto; si aggiunga che è austero e con un finale spietato. Solo che magari sfoltirlo un po’…)
BIRDMAN OR (THE UNEXPECTED VIRTUE OF IGNORANCE) – 8 (nel bene o nel male, il “colpevole” è la sua ambizione. Brillante, smodato, a tratti goffo ma elettrizzante. Lubezki top.)
CHUANGRU ZHE (RED AMNESIA) – 6,5 (discorso non immediato che ragiona sulla Cina di ieri e di oggi attraverso i codici del thriller.)
EN DUVA SATT PÅ EN GREN OCH FUNDERADE PÅ TILLVARON (A PIGEON SAT ON A BRANCH REFLECTING ON EXISTENCE) – 10 (la trasversale assurdità della vita in 39 quadri da Leone d’Oro.)
GOOD KILL – 5 (Niccol ha ottimo fiuto nello scegliere di cosa parlare; in corso d’opera però qualcosa s’inceppa. Anche stavolta.)
HUNGRY HEARTS – 8,5 (Costanzo confeziona il film più urgente, ossessionato ed inquietante di Venezia 71. E gli è uscito fuori pure bene.)
LA RANÇON DE LA GLOIRE – 6 (commedia dall’animo gentile e velatamente celebrativa del mezzo. Percepibili echi à la Kaurismäki.)
LE DERNIER COUP DE MARTEAU – 8,5 (il toccante Le dernier coup de marteau il terzo colpo lo riserva a Venezia 71. Delaporte regala un sorriso liberatorio che è poesia.)
LOIN DES HOMMES – 7 (Viggo Mortensen buca lo schermo in un film dal ritmo lento ma dalle immagini mozzafiato, western sui generis nell’Algeria del dopoguerra.)
MANGLEHORN – 8 (melanconica storia di un mago che ha smarrito la sua arte ma non il suo tocco. Ed allora non non è mai troppo tardi.)
NOBI (FIRES ON THE PLAIN) – 8,5 (Shinya Tsukamoto opta per il film di guerra a tinte horror e vince la sua personale scommessa.)
PASOLINI – 6 (chi se ne lamenta ha tutte le sacrosante ragioni per farlo. Evidenti difetti a parte, resta una tensione verso il cinema che quest’anno ho riscontrato solo in Godard. Insomma, dai maestri c’è sempre da imparare, anche quando fanno malamente cilecca.)
SIVAS – 5 (ancora adesso mi pare forzato il premio ad uno dei film più furbi del Concorso, tra bimbi scurrili e cani che si azzannano a vicenda.)
THE CUT – 3 (finalmente un film sul genocidio armeno. Non fosse anche tedioso e privo di mordente avremmo di che essere soddisfatti.)
THE LOOK OF SILENCE – 8 (The Act of Killing resta il più potente dei due, ma questa “integrazione” è comunque devastante.)
IL GIOVANE FAVOLOSO – 5 (pare che a Leopardi non piacesse particolarmente uscire fuori di casa. In compenso adorava il gelato.)
TALES (GHESSEHA) – 6,5 (indagine onesta ed intrigante su un ambiente messo a dura prova dai tempi, in cui a reggere è come sempre la donna.)
THE POSTMAN’S WHITE NIGHTS – 7,5 («Fiaba oscura, nespola dura – la paglia e il tempo te le matura».)

Orizzonti

HILL OF FREEDOM – 6 (è l’Hong Sang-soo di sempre, solo in 66 minuti. Ché a un Festival è pure un valore aggiunto.)
REALITY – 8 (David Lynch che gira Scemo & più Scemo dopo aver visto il trailer di The Ring. Quanto ci piace quel matto di Dupieux!)
SENZA NESSUNA PIETA’ – 6,5 (va visto. Poi si contino le crepe, comunque non molte. Ma poi. Segnale positivo e Favino raro.)
JACKIE & RYAN – 6 (quello della Mann è un film piccolino ma dai buoni sentimenti.)
BYPASS – 5 (record di ralenti utilizzati male a questo Festival. La storia c’è, manca il modo di raccontarla.)
ONE ON ONE – 5 (quale che sia l’idea di Giustizia per Kim Ki-duk, questa sua ultima fatica è per lo più debole ed anche un po’ retorica. Essenzialmente innocua.)
BELLUSCONE. UNA STORIA SICILIANA – 7 (che c’entrano i cantanti neomelodici col Cavaliere? Ve lo spiega Franco Maresco.)

Fuori Concorso

BURYING THE EX – 7,5 (niente, alla fine l’unica vera ovazione di Venezia 71 se l’è beccata Joe Dante. Segue Bogdanovich. Sempre commedia è.)
HUANGJIN SHIDAI (THE GOLDEN ERA) – 5 (certo che mettere in chiusura un film del genere… tre ore! Così com’è sembra più che altro un costoso resoconto della vita di un’importante scrittrice.)
IM KELLER (IN THE BASEMENT) – 7,5 (la guida Seidl vi prende per la manina mostrandovi le cantine più estrose d’Austria. Che altro dovete sapere?)
LA TRATTATIVA – 5 (se doveva essere “scomodo”, beh, pazienza. Ad ogni modo Ciprì si conferma un dop che meriterebbe ben altre scene.)
OLIVE KITTERIDGE – 7 (HBO ci ha abituato a cose migliori, va detto. Ma questo la dice lunga sulla qualità generale, perché qui la McDormand è eccezionale, diretta da una Cholodenko che indovina più che altro il mood.)
PEREZ. – 4 (quando un avvocato con la Fiat incontra un camorrista con la pistola, il camorrista con la pistola è un uomo morto.)
SHE’S FUNNY THAT WAY – 8 (l’ultimo di Bogdanovich fa stare talmente bene che ce n’è vorrebbero due a ogni Festival: uno all’inizio, l’altro alla fine.)
THE BOXTROLLS (3D) – 6 (tecnicamente sublime, ma non intenso abbastanza. Da escludere che si tratti della migliore animazione quest’anno.)
THE HUMBLING – 7 (possiede una grazia inusuale, oltre che un Al Pacino brillante, capace di mettersi seriamente in gioco.)
THE SOUND AND THE FURY – 6,5 (Franco ha deciso che finché non gliene riesce uno buono non smette. Con questo è già sulla buona strada. Primo dei tre atti, à la Malick, davvero toccante.)
WORDS WITH GODS – 6 (qui si fa una media dei corti di ciascun regista, che a suo modo riflette su Dio. Per quanto mi riguarda trovo estremamente interessanti, in ordine di preferenza, de la Iglesia, Gitai e Ghodabi.)
TSILI – 3 (qui Amos Gitai è inspiegabilmente estremo. Molto meglio il suo frammento in Words with Gods. Al solito, comprensibili le intenzioni; ma è tempo che si dia una regolata.)
REVIVRE – 7 (oltre la patina c’è un film duro, apparentemente sincero e con almeno due scene da KO.)

Settimana della Critica

MELBOURNE – 9 (un po’ il Locke di Venezia 71. Opera prima che è un gioiellino per scrittura e regia. Iraniano. Come Farhadi. A buon intenditore.)
NICIJE DETE (FIGLIO DI NESSUNO) – 7,5 (per forza doveva vincere la sua sezione, crowd-pleaser com’è. Comunque all’inizio un vero e proprio trattato comportamentale, poi un buon film nonostante le difficoltà nella fase in cui la Guerra ha inizio.)
ZERRUMPELT HERZ (CUORE INFRANTO) – 7,5 (e dire che è un film di diploma. Inquietante esercizio espressionista che ripesca la teoria del doppio in un film dalle atmosfere cupe e misteriose.)

Giornate degli Autori

BEFORE I DISAPPEAR – 5,5 (viaggio irreale in una Grande Mela vista attraverso gli occhi di un moribondo e ritorno.)
MÉTAMORPHOSES – 4 (ambiziosa trasposizione, tanto apprezzabile negli intenti quanto tediante nell’esito.)
THE GOOB – 7 (sul perché il cinema inglese ha un quid in più. L’amore di un figlio per la madre in modo asciutto anche se poco tirato.)

Biennale College

BLOOD CELLS – 6

Venezia Classici

GIULIO ANDREOTTI – IL CINEMA VISTO DA VICINO – 7
MISE EN SCENE WITH ARTHUR PENN (A CONVERSATION) – 7

I Video di Cineblog