La vita di Adrián gli riserva parecchie soddisfazioni. Il suo lavoro come direttore dell’Orchestra Filarmonica lo ha appena portato fino in Colombian dove lo attende un incarico importante, con lui c’è la fidanzata Belén. La coppia sembra essere molto affiatata ma Belén è terrorizzata dai dubbi. Qualcosa si rompe e Belén sparisce senza lasciare traccia.
Adrián è inizialmente distrutto, si rivolge alla polizia per trovare la ragazza ma finisce per essere a sua volta sospettato di averla fatta sparire. Pochi giorni di lutto e l’uomo trova consolazione tra le braccia della bella Fabiana. La passione tra i due amanti cresce ma qualcosa nella casa di Adrián sembra voler comunicare con Fabiana, come se un fantasma la possedesse.
Andi Baiz firma il suo sesto lungometraggio con un’inedita collaborazione ispano-colombiana, firmata da 20th Century Fox, il primo che trova una distribuzione internazionale. Il perché è facile da capire, sulla scia dei successi firmati da Alejandro Amenábar e suo discepoli come Juan Antonio Bayona il cinema spagnolo si è costruito una nicchia di riferimento nel mercato dei fanta-thriller-horror. Realtà però che ha pregi e difetti, come per esempio quella di offrire al pubblico italiano una pellicola mediocre che non avrebbe meritato se non per effetto del traino dei più illustri precedenti.
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La Berlinale, il festival del cinema d’inverno, affronterà quest’anno il tema ampio dei cambiamenti sociali: un contenitore perfetto per mettere dentro riferimenti all’attualità, dalla primavera araba alla crisi economica. E perfetto anche per storie come Farewell my Queen (Addio mia regina), un film, basato sull’omonimo romanzo di Chantal Thomas, che parla del cambiamento per eccellenza, cioè della rivoluzione francese, vista però, ahimé, ancora una volta, dalle quinte della reggia di Versailles.
È la storia di Sidonie Laborde (Léa Seyedoux), una semplice serva “lettrice” di Maria Antonietta (Diane Kruger) che, per qualche ragione, passa dall’essere nessuno all’avere un ruolo importante a fianco della regina negli ultimi giorni a corte prima che Maria Antonietta, il re e tutti i più stretti collaboratori siano decapitati. La storia è tutta presentata dal punto di vista ingenuo della Laborde che fino all’ultimo momento crede che il re riuscirà, con il suo discorso, a convincere la popolazione.
E’, almeno a prima vista, una versione di Maria Antonietta più verosimile del suo antenato più recente, cioè la versione di Sofia Coppola: la regina parla francese, non ha le All Stars, non si sfonda di dolci e non cammina per i corridoi della reggia al ritmo degli Strokes. Però non è detto che la verosimiglianza sia solo una questione estetica e non è nemmeno detto che la verosimiglianza sia una categoria per giudicare se un film è bello o no.
Continua a leggere: Berlino 2012: Addio Mia Regina - La recensione e una clip di Farewell, My Queen
A distanza davvero di poco tempo dall’uscita di Le avventure di Tintin - Il segreto dell’Unicorno, Steven Spielberg torna a far capolino nelle nostre sale con War Horse. Un successo annunciato per alcuni, un po’ più cauti altri. Negli USA il botteghino non è stato poi così clemente come ci si aspettava, nonostante gli incassi della pellicola abbiano già pressoché doppiato le spese alle quali si è dovuto far fronte per girarlo.
Ed anche in questo caso, come per Tintin, Spielberg si è trovato a dover adattare per il grande schermo l’omonimo libro, scritto da Michael Morpurgo ed uscito nel 1982. Ma basta con i paragoni, e concentriamoci su War Horse. Un film assolutamente nelle corde del regista di ET e Jurassic Park, che dall’incipit narrativo con cui si è dovuto confrontare ha fatto suoi, quasi per osmosi, vizi e virtù. Non è tanto la scelta di trasporre una storia triste ma edificante, quanto la alcuni aspetti in fase realizzazione che prestano il fianco a qualche piccola perplessità.
Nulla di particolarmente spiacevole, anche perché Spielberg dimostra ancora una volta, qualora ce ne fosse bisogno, che in certi progetti ci sguazza ed anche bene. Manca qualcosa per poter elevare War Horse al rango di certi capostipiti dell’opera del vecchio Steve, ma la sua prosa rimane lì, pressoché intatta. Non avrà lo stesso mordente di altri lavori, ma siamo ben lungi dal gridare allo scandalo.
Continua a leggere: War Horse - Recensione in Anteprima del film di Steven Spielberg
Un produttore di ‘peso’ come Lorenzo di Bonaventura, padre dei Transformers e di G.I. Joe, un quasi sconosciuto figlio d’arte in cabina di regia, il documentarista danese Asger Leth, gli sceneggiatori dell’ottimo Red ed un divo in ascesa come Sam Worthington. Le premesse per rendere almeno ‘curioso’ un titolo come Man on a Ledge, brutalmente diventato 40 carati per il mercato nostrano, c’erano tutte. Ed in parte, ma senza esagerare, sono state rispettate.
Perché il film della Summit Entertainment riesce con la giusta dose di spericolatezza a rendere intrigante il tutt’altro che esaltante plot, inizialmente misterioso per poi dipanarsi con il passare dei minuti. Al centro della trama c’è infatti un uomo sul cornicione di un grattacielo, che minaccia di suicidarsi. Tutto qui? Tutto qui, se non fosse che il passato e soprattutto il ‘reale’ presente di quest’uomo riescano a tenere lo spettatore incollato alla poltrona, grazie ad una buona dose di action, con arguzia soppesata a ’svolte’ narrative innegabilmente tutt’altro che sorprendenti ma sicuramente funzionali e ben congegnate.
Nella New York impazzita di oggi, in perenne caccia di ’scoop’ sensazionalistici da cullare e dare in pasto ai telegiornali che ci bombardano news 24 ore su 24, trova spazio anche un aspirante suicida ‘incitato’ dalla folla a buttarsi da un cornicione, in modo da poter soddisfare la mostruosa gioia di riprendere con il videofonino il volo a planare sull’asfalto. Shakerando con maestria i vari ingredienti a disposizione, Asger Leth produce un film godibile, ricco di evidenti ‘baggianate’, ma non per questo meritevole di bocciatura.
Continua a leggere: 40 carati (Man on a ledge) - Recensione in Anteprima
Martin David è un esperto di comportamenti animali selvaggi e la sua dote principale è quella di avere una grande sensibilità nella caccia in luoghi remoti. Avvicinato da due uomini, Martin viene ingaggiato da una grossa multinazionale biotecnologica per una missione piuttosto singolare. I due inviati che lo hanno fermato nella hall dell’aeroporto sono eleganti, ingessati, con un forte accento russo e consegnano a Martin una valigetta. Al suo interno ci sono contenitori per prelevare campioni di sangue e tessuto biologico. La missione che gli affidano è quella di stanare l’ultimo esemplare rimasto in vita della Tigre della Tasmania, un predatore simile a un grosso lupo che per molti anni è stato creduto estinto definitivamente. Nel suo sangue ci sarebbero tracce di una misteriosa tossina, molto ambita nella ricerca scientifica.
Il lavoro di Martin, inizialmente interessato tanto ai soldi che all’adrenalina di questa caccia misteriosa, subisce un rapido cambiamento di direzione quando comincia ad avere un rapporto, via via più stretto, con la moglie e i figli di guida scomparsa in quella stessa zona selvaggia dove è diretto per la stanare l’animale.
L’atmosfera cupa e umida della giungla della Tasmania è uno specchio dell’anima del film di Daniel Nettheim, che riesce a fondere in un contesto unico la sensazione magica che si può provare nel momento in cui si affronta un animale leggendario, quasi trasformato in un mito e, al contempo, con lo scontro dei più oscuri meandri della mente umana.
Attenzione la recensione contiene spoiler!
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La rilettura hollywoodiana di Uomini che Odiano le Donne si apre con l’urlo di Immigrant Song dei Led Zeppelin interpretata da Karen O (e, per contrasto, la scena di maggiore pathos, verso il finale, viene accompagnata dalla rilassante melodia di Orinoco Flow di Enya). Il brano ci accompagna lungo i titoli di testa, realizzati come un videoclip cyber-punk e post moderno dal montaggio caleidoscopico e serrato, in cui si fondono - letteralmente - le essenze dei due protagonisti Mikael Blomkvist e Lisbeth Salander. Una Lisbeth che viene più volte distrutta ma ogni volta si ricompone, con tutta la sua rabbia e le sue icone simbolo (i piercing, i tatuaggi, la moto…) che la rappresentano e dietro ai quali si trincera, per tenere a distanza da sè il mondo intero. Questi primi minuti (dei 160 totali) sono l’unica concessione fatta da David Fincher a quelli che potrebbero essere i ritmi cinematografici di un thriller americano.
Il resto della pellicola è, infatti, quasi totalmente priva di scene d’azione e scorre lentamente, cupa, ammantata di atmosfere riflessive e quasi rarefatte. Fincher ha vinto la sfida, riuscendo a portare sullo schermo una pellicola di genere ed autoriale allo stesso tempo, rimanendo profondamente fedele al romanzo di Stieg Larsson - che lo script di Steve Zillian segue scrupolosamente, pur modificandone un paio di importanti passaggi - mostrando la violenza più efferata senza compiacimento voyeuristico, mantenendo uno stile registico elegante, freddo ed asciutto. Soprattutto, il regista conferma di essere bravissimo nello scegliere e nel dirigere i propri attori.
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Già visto al Sundance Film Festival, nelle sale americane dal 13 maggio 2011, con parecchio ritardo Hesher arriva anche nelle sale italiane, anticipato da una campagna “virale” sui social network che non lascia dubbi sulle reali intenzioni di chi lo sta promuovendo con adesivi, proiezioni ai concerti, concorsi .. trasformarlo in un cult per adolescenti arrabbiati e adulti nostalgici e disillusi.
Senza ombra di dubbio, il primo lungometraggio di Spencer Susser ha tutto per piacere ad un ragazzino vittima dell’adolescenza con la voglia di spaccare tutto, e ad un adulto che ha smesso a malincuore l’utopia anarchica, il look scapigliato, i trascorsi da fumatore, ma continua a vibrare con il metal nelle orecchie.
Violenza priva di sensi di colpa, esplosioni di rabbia, linguaggio irriverente, black humor, rendono Hesher un piccolo trattato sull’incomunicabilità, ma anche un vivace antidoto al senso di annichilimento che sfiora l’esistenza, pronto a distogliere dal torpore anche un ragazzino che pensa di non avere più niente da perdere.
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Semplici pupazzi? Tutt’altro. Creati negli anni 70 da Jim Henson, i Muppet hanno cresciuto almeno un paio di generazioni. Divertenti, demenziali, colorati e costantemente sul pezzo, i pupazzi/marionetta di Henson hanno cavalcato gli anni 80 con enorme successo, per poi andare incontro ad un lento ma inesorabile declino. Per 5 anni, dal 1976 al 1981, e per 122 episodi, Kermit la Rana, Miss Piggy, Animal, Gonzo e Fozzie divertirono milioni di americani grazie al The Muppet Show. Da allora hanno varcato la soglia della sala ben 6 volte, incassando solo sul suolo americano 200 milioni di dollari. Ma dinanzi ad una società mutata, e ad un differente genere di comicità, anche loro hanno dovuto cedere il passo. 13 anni fa il deludente Muppets from Space, ultimo capitolo cinematografico, poi l’oblio. Fino al tanto atteso ‘ritorno’ firmato Disney, dal 2004 proprietaria di quasi tutti i Muppet e a dir poco coraggiosa nel giocarsi la carta del rilancio. Vinta su tutta la linea.
Perché la pellicola diretta da James Bobin è riuscita nell’impresa di ridare lustro a quei leggendari pupazzi, giocando con la loro ’storia’, fatta di musica e demenzialità allo stato puro, di ricchi camei e sana follia. Sceneggiato da Jason Segel, da anni in forcing sulla Disney per riportare in vita gli amati personaggi dell’infanzia e protagonista ‘umano’ del film, il titolo vola sulle ali del divertimento, concedendosi il lusso di uno script spesso insensato, genuinamente pazzo, ricco di difetti ma non per questo straordinariamente comico. Tanto da farci uscire dal cinema con l’umore alle stelle, canticchiando fino allo sfinimento ‘Mahna-Mahna‘.
117 anni e non sentirli. Il cinema di oggi nell’ultimo anno ha voluto omaggiare il cinema degli albori. Prima lo splendido muto in bianco e nero di Michel Hazanavicius, ed ora un’intera pellicola che ci porta per mano negli anni 30 della Parigi del secolo scorso, raccontandoci la straordinaria storia di colui che trasformò il mezzo dei fratelli Lumiere in arte, dando vita alla macchina dei sogni.
Scetticismo allo stato puro. Quando Martin Scorsese annunciò di voler portare in sala la trasposizione cinematografica di The Invention of Hugo Cabret, romanzo ‘illustrato’ scritto dall’americano Brian Selznick, in molti digrignarono i denti. Perché mai fino ad oggi Scorsese aveva messo piede nell’intricato genere del ‘cinema per famiglie’. Non contento, il regista italo-americano disse persino sì ad un secondo esordio, sposando la terza dimensione. Blasfemia, secondo gli scorsesiani più duri e puri, rimasti scioccati da questo apparente ‘tradimento’ cinematografico del loro idolo. Apparente, per l’appunto. Perché Scorsese non ha affatto ’stuprato’ il proprio cinema, portando in sala Hugo Cabret, bensì ‘omaggiato’ la settima arte tutta, dando vita ad un film semplicemente meraviglioso.
Con alle spalle un budget stratosferico, Martin Scorsese ha avuto la forza e la capacità di ricostruire gli anni in cui il cinema mosse i primi passi, grazie al vero inventore degli effetti speciali, ovvero George Melies. L’uomo che ci spedì per primi sulla Luna, colui che diede vita al montaggio, ‘colorando’ a mano i propri fantasiosi capolavori, per poi morire in povertà, perché dimenticato, dopo esser stato per anni giustamente esaltato. D’altronde la guerra spazzò via sogni ed illusioni, mutando il gusto del pubblico e tranciando le gambe alle sue visioni, al suo cinema fantastico, fatto di mondi futuristici e creature misteriose. Oggi, 75 anni dopo, Scorsese ha voluto così ‘ricordare’ quel genio registico a cui tutti noi ‘cinefili’ dovremmo dire grazie, per aver contribuito ad inventare e a far nascere un simil spettacolo, reso con Hugo Cabret a dir poco impeccabile da colui che ancora una volta, casomai ce ne fosse bisogno, si è confermato il più grande di tutti.
Uno dei film che più ci incuriosiva in vista della nostra trasferta di Rotterdam, era certamente Ace Attorney, trasposizione cinematografica di uno dei videogiochi di maggior successo usciti sulla console portatile Nintendo DS. Chi coltiva entrambe le passioni, ossia quella per il cinema e quella per i videogiochi, sa bene quanto certe operazioni prestino il fianco a tante, troppe incomprensioni all’atto della trasposizione. Ecco perché qualcuno, non completamente a torto, avrà potuto storcere il naso all’idea di questo film.
Ma Takashi Miike non si è tirato indietro, ed ha accettato di buon grado la sfida. D’altronde, stando a quanto dichiarato immediatamente dopo la proiezione in sala De Doelen, è sua ferma intenzione quella di mettersi costantemente in gioco d’ora in avanti, sperimentando sempre nuovi generi. Non a caso è già pronto il suo prossimo film, tratto dal manga Ai to Makoto. Alla luce di ciò, è agevole comprendere cosa intenda dire il regista nipponico.
Sue anche le premesse che sottoponiamo alla vostra attenzione. Prima dell’inizio del film, il buon Miike si è quasi scusato: niente squartamenti, arti recisi e sangue a fiotti in questo film. Datevi ad esso come farebbe un bambino. Vero, il tenore di Ace Attorney, per ovvi motivi, non ha niente a che vedere con quanto conosciamo di Miike. Ma basta tornare piccoli per apprezzare a pieno questo suo lavoro? Sì e no.
Continua a leggere: IFFR 2012: Ace Attorney - Recensione in Anteprima del film di Takashi Miike